Intervista su privacy e libertà
1 Ottobre 2005Segnalo un bel libro, uscito qualche mese fa: Stefano Rodotà (a cura di Paolo Conti) - Intervista su privacy e libertà - Laterza, 10 euro.
In questo libro-intervista il professor Rodotà, che per otto anni è stato Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, affronta il concetto di privacy e il suo rapporto con la libertà, dalle origini borghesi all’arrivo in Italia (con il ritardo della sinistra a comprenderne l’importanza come libertà fondamentale) fino alle conseguenze dell’11 settembre, dalle implicazioni nella vita quotidiana a quelle dettate dalle nuove tecnologie (che configurano un “corpo elettronico” da tutelare analogamente al “corpo fisico”).
Un estratto, sul tema del rapporto tra privacy, libertà e sicurezza:
D: Ti sottopongo un quesito ormai classico e frequentissimo, in questi anni. È giusto o no rinunciare a porzioni di libertà per permettere la lotta al terrorismo?
R: Conosco tutti gli argomenti utilizzati per giustificare le legislazioni dettate dall’emergenza. Cioè quando la difesa dei diritti, e quindi della libertà, per alcuni diventa un lusso superfluo. Io ero in Parlamento negli anni di piombo. E chi difendeva le garanzie era indicato come un fiancheggiatore dei terroristi. [...] In quel momento, e per un lungo periodo, in Italia cambiò la percezione della libertà. Di fatto si disse: il fermo di polizia, la perquisizione di abitazioni per blocchi di edifici si possono fare. E nella media la gente fu d’accordo. [...] In simili casi può cominciare un processo di mitridatizzazione: a piccole e progressive dosi, si abbassa la soglia di percezione della tua libertà. Ricordo una frase pronunciata dal re di Spagna, Juan Carlos, dopo l’atroce strage di Madrid, che riprendeva una formula che ci viene dalla grande tradizione americana, purtroppo smarrita dall’attuale amministrazione degli Stati Uniti: i mali della democrazia si curano rispettando le regole della democrazia. Condivido senza riserve. E aggiungo che molte misure restrittive sono al tempo stesso inutili e pericolose. Sono pericolose perché favoriscono la regressione culturale e permettono limitazioni di diritti in casi che con il terrorismo non hanno niente a che fare.
Un regime totalitario, come dice più avanti lo stesso Rodotà, può garantire una maggiore sicurezza quotidiana rispetto ad una democrazia, ma il prezzo che si paga è la mancanza della libertà. Libertà per la quale vale la pena di correre il rischio della democrazia.
Riporto la conclusione del libro:
Senza una forte tutela delle loro informazioni, le persone rischiano sempre di più d’essere discriminate per le loro opinioni, credenze religiose, condizioni di salute: la privacy si presenta così come un elemento fondamentale della “società dell’eguaglianza”. Senza una forte tutela dei dati riguardanti i loro rapporti con le istituzioni o l’appartenenza a partiti, sindacati, associazioni, movimenti, i cittadini rischiano d’essere esclusi dai processi democratici: così la privacy diventa una condizione essenziale per essere inclusi nella “società della partecipazione”. Senza una forte tutela del “corpo elettronico”, dell’insieme delle informazioni raccolte sul nostro conto, la stessa libertà personale è in pericolo e si rafforzano le spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione, della selezione sociale: diventa così evidente che la privacy è uno strumento necessario per salvaguardare la “società della libertà”. Senza una resistenza continua alle microviolazioni, ai controlli continui, capillari, oppressivi o invisibili che invadono la stessa vita quotidiana, ci ritroviamo nudi e deboli di fronte a poteri pubblici e privati: la privacy si specifica così come una componente ineliminabile della “società della dignità”.
Il libro è breve (150 pagine) e di agile lettura, con molti riferimenti a fatti ed esempi concreti; lo consiglio a tutti.