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Diario di viaggio: Portogallo

13 Settembre 2008

31 luglio 2008: Arrivo a Porto

Quest’anno per le vacanze estive ho scelto il Portogallo, che volevo visitare da tempo. Parto da Milano Malpensa con il volo TAP delle 14.00 per Porto; l’aereo è piccolo (meno di cinquanta posti) ma il servizio è buono, per cui il volo è piacevole e atterra pure con un quarto d’ora di anticipo. Molto meno piacevole è l’accoglienza dal punto di vista meteorologico: nuvole basse, cielo plumbeo e pioviggine stile inglese… memore di tutta la pioggia presa in Spagna l’anno scorso inizio a preoccuparmi. L’aeroporto sembra moderno e ben organizzato; la consegna bagagli è molto veloce per cui recupero subito il mio zaino e prendo la metropolitana che porta in città.

All’albergo, in zona Avenida dos Aliados, mi dicono che per un disguido nella prenotazione non hanno una camera per me e mi dirottano su un altro albergo a cento metri di distanza, che a occhio sembra analogo. Il tempo di sistemarmi un attimo, e per fortuna quando esco non piove più e sembra che il cielo si stia rasserenando. Prendo un primo contatto con Porto, che sembra una città strana e di contrasti, con alcune cose modernissime e altre decrepite… ma vedrò meglio domani. L’Oceano è poco distante (Porto è sulla riva del fiume Duero, o Douro in portoghese) ma c’è aria e odore di mare, e si sentono di continuo i versi dei gabbiani. Guardandomi in giro deduco che gli orari qui non sono come in Spagna (dove i ristoranti prima delle 21.30 - 22 sono vuoti), per cui vado a cena alle 20.30, in un ristorantino minuscolo ma molto carino con vista sul Duero. Il cameriere parla un ottimo inglese, cosa che in Spagna non mi è mai capitata.

1 agosto 2008: Porto

Stamattina il cielo è ancora un po’ nuvoloso, e sperando che il tempo migliori mi avvio alla scoperta di Porto. Parto da Avenida dos Aliados, il vialone centrale della città su cui si affacciano il municipio e molti edifici liberty. In realtà per essere un viale è piuttosto corto, per cui l’effetto è più quello di una lunga piazza. A breve distanza visito la Cattedrale (che da fuori sembra più una fortezza che una chiesa), e poi passo sul Ponte Dom Luís I, che porta a Vila Nova de Gaia. È un ponte di ferro, ad arco, progettato da un allievo di Eiffel (e direi che si vede). Ha due livelli: su quello in basso passano automobili e pedoni, mentre su quello in alto (su cui mi trovo) oltre ai pedoni passa la metropolitana. È davvero molto alto e fa impressione, soprattutto quando ti passa a fianco la metropolitana e il ponte scricchiola… lo sconsiglio a chi soffre di vertigini, ma la vista su Porto e sul Duero (dal ponte e dal belvedere dall’altra parte) è molto bella.

Il cielo si è rasserenato; riattraverso il ponte e scendo per gli stretti vicoli della Ribeira, il quartiere storico di Porto. È veramente impressionante, sembra di tornare indietro nel tempo, ci sono porticine che si aprono su minuscoli negozi (senza altre aperture) che vendono un po’ di tutto. Pranzo in uno dei tanti ristoranti/bar del lungofiume, poi torno a Vila Nova de Gaia per visitare le cantine di produzione del vino di Porto. Vila Nova de Gaia si trova di fronte a Porto, sull’altra sponda del Duero, ma è un comune separato; per motivi storici tutte le cantine si trovano qui e non a Porto. Scelgo una cantina più o meno a caso; la visita guidata è in italiano, breve ma interessante, e si conclude con la degustazione di tre diversi tipi di porto (bianco, ruby e tawny). Qui faccio la conoscenza di due simpatici ragazzi di Pistoia, con cui ci ritroviamo poi per cena in un grosso locale un po’ tipico e un po’ turistico.

Porto è una bella città, non tanto da un punto di vista monumentale quanto per il fascino che emana, e per la splendida posizione sul Duero. Dà però anche l’idea di una città sporca e trasandata, e i vicoli della Ribeira, per quanto pittoreschi, non sembrano un posto sicuro in cui addentrarsi la sera…

Porto - Câmara Municipal

Porto - Avenida dos Aliados

Porto - Ponte Dom Luís I

Porto - Vista da Vila Nova de Gaia

2 agosto 2008: Guimarães e Porto

Dalla stazione São Bento di Porto (in cui vale la pena di entrare per ammirare gli azulejos dell’atrio) prendo il treno suburbano per Guimarães. Il servizio ferroviario sembra efficiente e ben organizzato, e tra l’altro ci sono anche biglietterie automatiche multilingua molto comode per i turisti (mentre in Spagna bisogna vedersela con l’addetto alla biglietteria, che di solito parla solo spagnolo).

A Guimarães “è nato il Portogallo” (come recita una scritta all’ingresso del centro storico); si tratta di una cittadina con un centro medioevale che vale la pena di visitare. Oltre alle vie e alle piazze del centro storico, sono da vedere il castello (o meglio quel che ne resta, comunque interessante) e il Paço dos Duques de Bragança (Palazzo dei Duchi di Braganza), che è invece stato restaurato nel secolo scorso e ha ora un’aria un po’ finta. Pranzo all’aperto in uno dei ristoranti di Praça de San Tiago, dove decido di assaggiare il bacalhau à brás: è una delle ricette tipiche portoghesi per il baccalà, in cui pezzettini di baccalà vengono fritti con patate e cipolle. Non sono un amante del pesce, ma lo sfizio di assaggiare almeno una volta l’onnipresente baccalà volevo togliermelo… e cucinato così mi piace anche. Passando più tardi noto che alle 15 c’è ancora gente a tavola, ma avvicinandomi mi rendo conto che sono tutti spagnoli: gli orari dei pasti sono dilatati, ma è curioso notare che sono divisi per fasce rispetto alle nazionalità (prima i tedeschi e gli inglesi, poi i francesi, gli italiani e i portoghesi, e infine gli spagnoli).

Guimarães - Largo da Oliveira

Guimarães - Castelo

Tornato a Porto nel tardo pomeriggio vado a rilassarmi sul lungofiume di Vila Nova de Gaia, da cui si ha una bellissima vista sulla Ribeira. Cena ottima nella zona del Carmo, poi scendo in Praça da Ribeira aspettandomi il pienone dato che è sabato sera. Invece, gente in giro ce n’è ma neanche tanta, per cui mi viene un dubbio e attraverso il ponte, scoprendo che evidentemente il centro del divertimento serale è più Vila Nova de Gaia. Assisto anche a un concerto all’aperto di rock portoghese, che fa un po’ strano.

3 agosto 2008: Porto e Vila do Conde

Sonnacchiosa domenica mattina di sole a Porto; decido di andare a dare un’occhiata al museo di arte moderna Serralves, che tra l’altro la domenica mattina è a ingresso gratuito. Il Museo Serralves è lontano dal centro, in un edificio bianco basso circondato da un parco, il che ricorda vagamente il Louisiana di Copenaghen (che però mi è piaciuto molto di più, sia per il museo che per l’ambiente esterno).

Fa piuttosto caldo, per cui al pomeriggio decido di andare al mare; la Lonely Planet in proposito consiglia la spiaggia di Vila do Conde per un’escursione di mezza giornata. È vero che da Porto a Vila do Conde si può andare in metropolitana, ma è vero anche che il tragitto dura quasi un’ora e che la stazione è poi a una mezz’ora buona di cammino dalla spiaggia, per cui in totale si perde parecchio tempo. Arrivato finalmente alla spiaggia… delusione: a Porto oggi non c’era un filo d’aria mentre qui c’è un vento fortissimo che solleva la sabbia, il mare è mosso e in acqua non c’è praticamente nessuno. Il vento qui è probabilmente normale, dato che la spiaggia attrezzata non prevede i soliti ombrelloni, ma nientemeno che dei paravento… resto un po’ in spiaggia, ma il vento è davvero fastidioso per cui, deluso, torno a Porto per l’ultima serata in città.

4 agosto 2008: Coimbra

Oggi lascio Porto e mi trasferisco a Coimbra, con l’Alfa Pendular (cioè il Pendolino). A Porto c’è il sole, ma poco dopo attraverso una lunga zona di nebbia… per fortuna però a Coimbra il tempo è bello. Il treno mi scarica in una stazione periferica (Coimbra B), da cui un treno navetta porta velocemente all’altra stazione, che è in centro.

Rapido primo giro in città ma è già ora di pranzo, e decido di provare una cosa tipica che avevo già visto a Porto (e che credo sia tipica della zona di Porto, ma evidentemente si trova anche qui): la francesinha. Si tratta di una specie di toast gigante ripieno di carne e wurstel, con sopra del formaggio fuso e servito in un sugo brodoso e leggermente piccante a base di pomodoro (e credo birra), a volte (come in questo caso) circondato da patatine fritte. Detto così non è forse molto invitante, ma in realtà non è male… solo che è pesantissima e fa venire un caldo bestiale! Va detto che in generale le porzioni di cibo in Portogallo sono decisamente abbondanti, e quando sul menù è prevista la possibilità di avere mezza porzione bisogna assolutamente scegliere quella, perché la porzione intera è più che sufficiente per due persone. Anche paste e pasticcini sono enormi: qui a Coimbra in una vetrina ho visto delle meringhe grosse come panettoni. In un’altra vetrina ho visto anche ben allineate delle bottiglie di “licor de merda”, e penso che in portoghese voglia dire la stessa cosa che in italiano… mah.

Ripresomi un po’ dalla botta post-francesinha, mi dedico a visitare Coimbra. Il centro della città si trova su una collina, in cima alla quale non c’è una chiesa o un castello ma l’università (il che sembra una scelta bizzarra, ma scoprendo poi che l’edificio era originariamente una fortezza tutto torna). L’università di Coimbra è la più antica del Portogallo e una delle più antiche d’Europa, ha un posto fondamentale nella vita della città e merita una visita. Intorno ci sono vicoletti scoscesi dalla pavimentazione sconnessa, con qua e là le case autogestite degli studenti (le repúblicas) che hanno un aspetto decisamente malandato. Ci sono anche due cattedrali: quella vecchia sembra una fortezza (un po’ come quella di Porto), mentre quella nuova ha un aspetto più ordinario (il lunedì però è chiusa per cui non posso visitare l’interno). Da vedere anche l’Igreja de Santa Cruz, in Praça 8 de Maio.

A sera la francesinha si fa ancora un po’ sentire e non ho voglia di mangiare altra carne, per cui opto per un piatto di pasta in un ristorante italo-portoghese… non male. Direi che per quanto ho visto finora in Portogallo si mangia bene e si spende poco… e in più il caffè è sempre buono, anche meglio che in Italia (dove spesso al ristorante non è un granché).

Coimbra - Cattedrale Vecchia

Coimbra - Università

Coimbra - Igreja de Santa Cruz

5 agosto 2008: Tomar

Oggi mi trasferisco a Tomar. Da Coimbra devo prendere due treni regionali: il primo fino a Lamarosa (una stazioncina moderna ma nel bel mezzo del nulla, nella quale ho un’ora di attesa) e il secondo da lì a Tomar, che è al termine di un ramo ferroviario secondario. Anche se si tratta di regionali i treni sono belli e moderni, con le fermate annunciate a voce e tramite display (ah, Trenitalia…).

Tomar è una cittadina carina, con un’aria da paese e i bambini che giocano a pallone in piazza. Di per sé non meriterebbe probabilmente una visita, se non fosse che sulla collina boscosa che domina il centro sorge il meraviglioso Convento de Cristo: un castello - monastero che era il quartier generale dei Templari. Il palazzo è molto grande, labirintico, assolutamente da vedere, in particolare il chiostro principale e la bellissima e misteriosa Charola.

Dicevo ieri che in Portogallo ho sempre mangiato bene e speso poco, ma qui a Tomar ho speso davvero pochissimo. A pranzo ho preso un’enorme insalatona con prosciutto, formaggio e verdure, acqua e caffè spendendo 3,75 euro; a cena in un ristorante molto carino prendo un immenso piatto di carne in umido con contorni (molto buono), acqua e dolce, e il conto è di ben 9,35 euro…

Tomar - Praça da República

Tomar - Convento de Cristo

Tomar - Convento de Cristo

Tomar - Convento de Cristo

6 agosto 2008: Lisbona

Dopo le due tappe brevi a Coimbra e Tomar oggi arrivo a Lisbona, dove mi fermerò per quattro giorni. Temevo di trovare una città più sporca e trasandata di Porto ma fortunatamente mi sbagliavo: Lisbona è invece pulita e curata. Sono stato particolarmente fortunato con la sistemazione: ho infatti prenotato in un minuscolo residence (sei camere) a due passi dal Rossio, appena aperto e quindi nuovissimo, con camere ben curate.

Dopo un pranzo veloce parto alla scoperta della città: dalla bella piazza del Rossio attraverso la Baixa fino alla grande Praça do Comércio, che se non fosse per un cantiere dovrebbe aprirsi direttamente sul Tago. In Rua Augusta, viale pedonal-commerciale che collega le due piazze, a ogni angolo mi si avvicina qualcuno per offrirmi droghe varie (”hashish? marijuana? cocaina?”)… immagino non sia esattamente legale, ma evidentemente è tollerato. Dalla Baixa salgo poi al Chiado e al Bairro Alto. Quest’ultimo mi lascia un po’ interdetto, perché non solo non c’è in giro nessuno, ma proprio non c’è traccia di vita o attività: solo porte chiuse e muri coperti di graffiti, per cui sembra un quartiere abbandonato.

Cena nella Baixa, in una via piena di ristoranti, senza infamia e senza lode. C’è anche il menù in italiano e il cameriere parla anche italiano… finora comunque non ho mai avuto problemi di lingua perché, a differenza della Spagna, qui parlano più o meno tutti inglese. Per fortuna, perché mentre in spagnolo qualcosa si riesce a capire (e quindi più o meno si riesce a comunicare), il portoghese è molto più difficile, soprattutto per via della pronuncia (scritto si riesce a capire abbastanza, ma parlato no).

Lisbona - Rossio

Lisbona - Praça do Comércio

7 agosto 2008: Lisbona

Oggi seguo l’itinerario della Lonely Planet, che parte con una corsa sul famoso tram 28 dalla Baixa fin su a Graça. Questi vecchi tram sferraglianti (che non sono poi molto diversi da quelli di Milano, in realtà) sono ormai un’attrazione turistica, e lo è in particolare il 28, che va su e giù per le colline (Lisbona è costruita su sette colli, a occhio più alti e ripidi di quelli di Roma) tra stradine e curve strette. Sembra di stare sulle montagne russe, è sicuramente da provare. Vicino a Graça ci sono due dei miradouros (belvedere) di Lisbona, da cui si gode di una bellissima vista. Visito poi il Castello, circondato da un parco piacevole e ombroso con un bel panorama sulla città. Poco più giù ci sono Santa Luzia e Portas do Sol, con una chiesetta e una terrazza fiorita affacciata sulla città. Al di sotto si estende l’Alfama, il vecchio quartiere arabo di Lisbona, con scale e vicoli in cui probabilmente ci si può stringere la mano da una finestra a quella di fronte. È un po’ il corrispettivo della Ribeira di Porto, anche se sembra un po’ meno trasandata. Visito la Cattedrale, che ha sempre quell’aria un po’ da fortezza (anche se meno di quelle di Porto e Coimbra), e poi sono di nuovo nella Baixa.

Lisbona - Castelo de São Jorge

Lisbona - Miradouro das Portas do Sol

Lisbona - Cattedrale

Nel pomeriggio prendo il tram per Belém, e stavolta è uno di quelli lunghi e moderni. La famosa Torre di Belém è molto scenografica ma non merita di entrarci, mentre è da non perdere il Mosteiro dos Jerónimos: purtroppo è un po’ tardi per cui il chiostro è già chiuso, ma anche la sola chiesa del monastero è straordinaria. Prima di tornare in centro decido di assaggiare i famosi Pastéis de Belém: sicuramente buoni, ma la fila, l’affollamento, e il contesto da catena di montaggio rovinano un po’ il tutto.

Cena ancora nella Baixa, poi però decido di andare a dare un’occhiata al Bairro Alto, e lo trovo completamente diverso: è pieno di gente, di locali e di ristoranti che di giorno, da chiusi, non si vedono nemmeno. Anche i negozi, piuttosto particolari, sono aperti fino a tardi. Allora è questo il posto giusto per venire la sera… buono a sapersi.

Lisbona - Torre de Belém

Lisbona - Mosteiro dos Jerónimos

Lisbona - Mosteiro dos Jerónimos

8 agosto 2008: Sintra, Cabo da Roca e Cascais

Oggi ho in programma una gita nei dintorni di Lisbona, e in particolare a Sintra, che dista solo quaranta minuti di treno (con un treno ogni venti minuti). L’arrivo a Sintra fa un certo effetto perché, dopo aver attraversato periferie e sobborghi, all’improvviso si sbuca in questo luogo idilliaco tra colline e boschi. Dalla stazione raggiungo il centro e visito il Palácio Nacional de Sintra, palazzo reale ben conservato, interessante anche se nulla di straordinario (la Sala dos Brasões però merita molto) e preso d’assalto dalle comitive di turisti organizzati. Le altre due attrattive di Sintra, cioè il Castelo dos Mouros e soprattutto lo stravagante Palácio Nacional da Pena, non sono purtroppo raggiungibili a piedi dal centro (Sintra si estende su un’area piuttosto vasta, “sparsa” tra le colline) per cui, considerata anche la frequenza dei pullman, sono obbligato a scegliere tra queste e Cabo da Roca. Dato che un palazzo per oggi l’ho già visto, opto per la seconda possibilità.

Sintra - Palácio Nacional de Sintra

Sintra - Palácio Nacional de Sintra

Cabo da Roca, che si trova a quaranta minuti di pullman da Sintra, è il punto più a ovest dell’Europa continentale. È un posto isolato, e c’è un vento pazzesco per cui fa quasi freddo nonostante ci sia il sole. Il panorama non è male, però, a differenza della Pointe du Raz in Bretagna o di Cabo Finisterre in Galizia, qui non c’è un vero e proprio capo che si stacca con evidenza protendendosi verso l’Oceano: è più un’alta scogliera, per cui fa un po’ meno effetto. Nelle vicinanze dovrebbe esserci una spiaggetta tra belle formazioni rocciose, ma visto il vento decido che non è il caso di scendere fino al mare.

La linea dei pullman è Sintra - Cabo da Roca - Cascais, e dato che gli orari sembrano parecchio approssimativi (e il servizio non è frequentissimo) decido di salire sul primo che passa, e mi capita quello per Cascais (mezz’oretta di viaggio). Cascais mi appare come una stazione balneare piuttosto finta e fighetta; non ci vedo nulla di interessante (e anche la spiaggia non è proprio un granché) per cui non mi fermo molto e prendo il treno per tornare a Lisbona. Cena ottima, stavolta al Bairro Alto.

Cabo da Roca

Cabo da Roca

Cabo da Roca

9 agosto 2008: Lisbona

Ultimo giorno a Lisbona; decido di andare a visitare il Parque das Nações, cioè il quartiere costruito per l’Expo del 1998, vicino alla stazione Oriente. Ovviamente si tratta di un’area moderna, comunque piacevole per una passeggiata in riva al Tago. Visito l’Oceanario, che penso sia l’acquario più grande d’Europa, e che in effetti è notevole anche se infestato da piccoli francesi urlanti (durante tutto il viaggio ho incontrato tantissimi francesi, chissà perché). Tornato in centro faccio un altro giro sul tram 28, prima andando verso Estrela per vedere la Basilica e il Parlamento, e poi tornando a Portas do Sol, che nel tardo pomeriggio è veramente un luogo splendido. Lisbona è davvero bellissima, al di là dell’aspetto monumentale (per quanto le cose da vedere siano molte), per l’atmosfera che si respira, e che dopo qualche giorno si riesce a cogliere.

Cena ancora nel Bairro Alto, con i ragazzi conosciuti a Porto con cui ci eravamo dati appuntamento per ritrovarci a Lisbona. In Praça do Comércio ci sono i fuochi d’artificio.

Lisbona - Parque das Nações

Lisbona - Palácio de São Bento (Parlamento)

10 agosto 2008: Lagos

Per l’ultima parte della vacanza mi trasferisco in Algarve; prima tappa Lagos. Dalla stazione di Lisbona Entrecampos prendo l’Alfa Pendular fino a Tunes, dove ho la coincidenza per Lagos. L’Alfa Pendular dovrebbe andare a 220 km/h ma capita solo in un breve tratto, per il resto fa lunghi tratti a velocità molto molto bassa… talmente bassa che penso ci sia qualche intoppo, ma evidentemente non è così dato che arriva a destinazione in orario. Da Tunes a Lagos il treno è invece un regionale un po’ scassato; evidentemente più a nord li hanno messi a nuovo.

Lagos è una località balneare molto famosa; temevo di trovare palazzoni e colate di cemento o quell’aria fighetta che c’era a Cascais, ma fortunatamente non è così. Lagos ha ancora l’aria di un paese; il centro pedonale è carino, pulito, e per quanto sia un posto turistico non risulta per nulla “finto”. Mi avvio a piedi verso Ponta da Piedade, un promontorio subito a sud del paese con scenografiche formazioni rocciose e belle spiagge tra le rocce. Il panorama è davvero bello; dopo essere arrivato alla punta e aver fatto un po’ di fotografie torno indietro e decido di scendere in una delle spiagge. Scelgo Praia do Camilo; dopo un po’ di relax vado a sentire com’è l’acqua… freddina, ma il posto è troppo bello per non fare il bagno.

La sera il centro di Lagos è molto animato, con moltissimi ristoranti e bar con i tavoli all’aperto, e i negozi aperti fino a tardi. Direi che è un posto per tutti, davvero piacevole.

Lagos - Praia da Dona Ana

Lagos - Praia do Camilo

Lagos - Ponta da Piedade

Lagos

11 agosto 2008: Sagres e Cabo de São Vicente

Oggi escursione a Sagres e Cabo de São Vicente, la punta estrema dell’Algarve verso l’Oceano. Il capo dista circa 5 chilometri dal paese di Sagres e i pullman che ci arrivano sono pochissimi; uno parte da Lagos alle 10.30 (il viaggio dura circa un’ora) e decido di prendere quello. A Lagos c’era il sole ma lungo la strada il tempo si fa più incerto; a Sagres è coperto, e a Cabo de São Vicente c’è una gran nebbia e fa pure freddo! Fa molto più effetto di Cabo da Roca, sia per il luogo in sè, che per questa nebbia che si vede arrivare dal mare spinta dal vento, risalire la scogliera e spazzare la superficie del capo. Da questa zona partivano le grandi esplorazioni… mi immagino che non doveva essere per nulla tranquillizzante partire verso l’ignoto dell’Oceano in un contesto del genere.

Vista la zona del capo vero e proprio, mi riavvio a piedi lungo la strada per Sagres, che costeggia la scogliera e offre bei panorami. Probabilmente la cosa migliore sarebbe stata fermarsi a Sagres e noleggiare una bicicletta, anziché venire fino al capo in pullman e dover poi tornare a piedi, ma ormai sono qui. La passeggiata è lunga ma piacevole; la strada non è per niente trafficata e c’è una larga banchina dove si può camminare in sicurezza. Ogni tanto conviene lasciare un momento la strada e avvicinarsi alla scogliera per ammirare i panorami, che sono molto belli. Fortunatamente il tempo migliora ed esce il sole, ma guardando indietro verso il capo lo vedo ancora avvolto dalla nebbia… temo che non fosse un caso. Più o meno a metà strada tra Cabo de São Vicente e Sagres, incastonata nella scogliera, c’è la Praia de Beliche: bellissima, ampia e pochissimo affollata. Vale veramente la pena di fermarsi un po’ e fare il bagno; l’Oceano è calmo, l’acqua un po’ fredda ma ci si può stare. Riprendo poi il cammino e passo dalla Praia do Tonel, anch’essa molto ampia ma direi meno bella (qui ci sono le onde, e infatti ci sono i surfisti), raggiungendo infine Ponta de Sagres. Sulla punta c’è una fortezza; non ho tempo di entrare (si paga) ma non mi sembra comunque molto interessante. Alle 18.30 riprendo il pullman per Lagos.

Dato che è pieno di turisti (pochi italiani, comunque), e che alle diverse nazionalità corrispondono diversi orari, a Lagos si può cenare sia presto che tardi, e i ristoranti fanno svariati turni. Cena ottima, in un bel locale.

Cabo de São Vicente

Sagres - Praia de Beliche

Sagres - Praia do Tonel

12 agosto 2008: Faro

Oggi ultimo trasferimento: da Lagos a Faro, cioè dalla parte ovest alla parte est dell’Algarve. Faro è il capoluogo dell’Algarve, e rispetto a Lagos ha sicuramente un’aria più da città. Direi piacevole, sicuramente meno turistica di Lagos; probabilmente per molti turisti è solamente il punto di partenza e arrivo per via dell’aeroporto (che è molto vicino alla città, con gli aerei in atterraggio che passano sopra al centro). Dopo un giro in città, con visita al centro e alla Cattedrale, decido di andare a passare il resto del pomeriggio in spiaggia. Faro si affaccia su una laguna, per cui per trovare una spiaggia bisogna uscire un po’. Prendo l’autobus (urbano) per Praia de Faro, che in circa un quarto d’ora porta alla spiaggia passando per l’aeroporto. Praia de Faro è un lunghissimo spiaggione oceanico; nella zona dove arriva la strada ci sono bar e negozi e c’è parecchia gente, ma basta camminare un pochino per trovare tutto lo spazio libero che si vuole. È sicuramente molto meno scenografica delle spiagge tra le scogliere dove sono statonei giorni scorsi (e poi la vicinanza con l’aeroporto si nota), ma non è male, e faccio il bagno anche qui. La sera, cena non esaltante; la scelta a Lagos era sicuramente maggiore, e si nota subito che Faro è decisamente meno vivace.

Faro - Arco da Vila

Faro - Cidade Velha

Faro - Cattedrale

13 agosto 2008: Tavira

Oggi escursione in giornata a Tavira, che è a quaranta minuti di treno da Faro, in direzione est. Breve giro nel centro storico (nulla di che), a pranzo una pizza (che, un po’ a sorpresa, è decisamente buona), e poi prendo la barca per l’Ilha de Tavira. Tavira si trova infatti su un fiume, a breve distanza dalla costa: la barca percorre il fiume, supera una laguna, e arriva all’isola, una lunga striscia di sabbia che dà sul mare aperto. Vicino all’imbarco ci sono un campeggio, negozietti, ristoranti, e parecchia gente, ma la spiaggia è ampia e lunghissima per cui anche qui basta incamminarsi un pochino e l’affollamento sparisce; in cielo passano piccoli aerei che trascinano enormi striscioni pubblicitari. La spiaggia è bella, piena di conchiglie, con le dune alle spalle che ospitano una riserva naturalistica; l’acqua invece non è purtroppo un granché ma, essendo l’ultimo giorno, faccio il bagno ugualmente. Al ritorno c’è una fila lunghissima per imbarcarsi per Tavira; temo di perdere il treno (tutta la gente che è qui in fila sulla barca non ci sta) ma fortunatamente aggiungono delle corse con altre imbarcazioni, per cui arrivo in tempo e torno a Faro per le 20. A cena, un filetto al porto che è un vero capolavoro in un piccolo ristorante dal personale gentilissimo vicino alla cattedrale..

Tavira - Igreja de Santa Maria do Castelo

Ilha de Tavira

14 agosto 2008: Faro e ritorno a casa

Il brutto delle vacanze è che finiscono, e purtroppo oggi è l’ultimo giorno del mio viaggio in Portogallo. Faccio un altro giro nel centro di Faro, andando a visitare l’Igreja do Carmo (da vedere), pranzo, e poco dopo le 15 è ora di prendere l’autobus per l’aeroporto, dove mi aspetta il volo delle 16.55 per Lisbona. L’aeroporto di Faro è molto trafficato, e da qui si vede chiaramente che l’Algarve è una meta molto popolare per i turisti britannici: in tabellone ci sono un paio di voli per Lisbona, qualche volo per qualche altra capitale europea, e poi un numero incredibile di voli per tutte le città della Gran Bretagna (e Irlanda) possibili e immaginabili. Mezz’oretta di volo e sono a Lisbona; durante l’attesa per il volo successivo vado a comprare delle bottiglie di porto al duty-free. Sarebbe stato molto meglio comprarle direttamente nelle cantine a Vila Nova de Gaia, ma a parte il fatto che non era il caso di portarsele in giro nello zaino per dieci giorni, c’è il noioso divieto dei liquidi nel bagaglio a mano (e non mi fiderei a mettere delle bottiglie di vino nel bagaglio da spedire). Ho il volo delle 19.10 per Milano Linate, che parte con un pochino di ritardo ma arriva alle 22.45 in perfetto orario (si perde un’ora per via del fuso).

Il Portogallo mi è piaciuto davvero molto, e ci sarei rimasto volentieri di più. Non so dove vorrei vivere, ma vorrei che ci fosse il Mare… chissà che prima o poi ci riesca.

Faro - Igreja do Carmo

Diario di viaggio: Irlanda

17 Maggio 2008

26 aprile 2008: arrivo a Galway

Lunedì e martedì della prossima settimana io e Francesco (mio amico e collega) dobbiamo essere a Galway per un incontro di lavoro, così abbiamo deciso di approfittare dell’occasione (e del successivo ponte del primo maggio) per farci un giro in Irlanda.

Partiamo da Linate con il volo delle 11.25 per Dublino; finalmente a Milano c’è un po’ di sole, e ci domandiamo come sarà in Irlanda (le previsioni non sono un granché, ma non so quanto siano affidabili). Dopo un paio d’ore di volo tranquillo arriviamo all’aeroporto di Dublino; non c’è il finger ma l’aereo parcheggia a mo’ di autobus vicino al gate, che si raggiunge a piedi. Noto che tutte le indicazioni nell’aeroporto sono bilingui inglese-irlandese, come in teoria è normale dato che l’Irlanda è ufficialmente un paese bilingue (anche se in pratica l’irlandese – o gaelico – a quel che ne so è parlato ben poco). La riconsegna bagagli è rapida, così riusciamo a prendere al volo il pullman per Galway prima del previsto, all’una e un quarto. Il tempo è coperto. Imboccata la strada, spicca naturalmente subito il fatto che si guida a sinistra; Francesco si domanda come sarà per dopo, con la macchina che abbiamo noleggiato. Il pullman fa una lunga sosta a Dublino, che vista un po’ costeggiando il fiume Liffey non sembra un granché. Finalmente si parte per Galway, imboccando un’autostrada che però non dura molto; anche tutta la segnaletica stradale è bilingue. Il paesaggio è naturalmente verde, con collinette, mucche, pecore, casette sparse, e muretti di pietra. Monotono e non particolarmente esaltante (sarà anche per via del cielo coperto), e ci domandiamo se l’Irlanda sia tutta così.

Alle cinque e un quarto finalmente arriviamo a Galway (in gaelico Gaillimh) dove, sorpresa, splende il sole. Passiamo al volo in albergo a lasciare i bagagli e poi usciamo subito, per sfruttare qualche ora di luce prima di cena (il sole qui tramonta anche più tardi) per fare un giro in città. Non c’è molto da vedere ma, specialmente con il sole, fa una bella impressione: la via principale è pedonale e piena di negozi, pub, e ristoranti, e in giro c’è parecchia gente (è anche vero che è sabato). In fondo alla via principale, alla foce del fiume, c’è un prato, con molti ragazzi seduti a chiacchierare e bere, e anche qualcuno che suona i bonghi. C’è vento e per i nostri canoni fa abbastanza freddo (da maglione di lana e giubbotto ben chiuso fino al collo), ma buona parte della popolazione locale non è dello stesso avviso: ci sono molte ragazze in abitini leggeri, e ragazzi in maglietta (qualcuno addirittura a torso nudo). Sarà anche l’effetto della birra, ma evidentemente hanno una percezione della temperatura diversa dalla nostra. Risaliamo il fiume Corrib (il fiume più corto d’Europa secondo la Lonely Planet) lungo una passeggiata pedonale. Mentre siamo fermi a guardarci intorno e fare un paio foto, due ragazzine passano toccandomi il culo (non dalla parte del portafoglio), poi ci chiedono da dove veniamo e insistono per rivederci più tardi in un pub. Sono solo le sette ma devono aver già bevuto parecchio, immagino. Passiamo dalla cattedrale (chiusa, ma probabilmente non c’è nulla di interessante, è anche circondata da un parcheggio) e terminiamo la passeggiata tornando sulla via principale. Non c’è molto da vedere a Galway ma, sarà anche il sole, sembra una cittadina piacevole. Andiamo a cena, in un posto con cucina tradizionale, che non apprezziamo molto. È sabato sera, c’è veramente pieno di gente in giro (tantissimi giovani, sarà anche l’università), ma noi siamo stanchi e domani mattina ci aspettano le isole Aran, per cui andiamo a letto abbastanza presto. Non è ancora piovuto, sarà un buon segno?

Galway

27 aprile 2008: Inis Mór

Stamattina il tempo è abbastanza coperto, e piuttosto fresco. Prendiamo il pullman per Ros an Mhíl (meglio nota con il nome inglese Rossaveal, anche se il nome ufficiale è solo quello irlandese), da cui parte il traghetto per Inis Mór (Inishmore in inglese), la maggiore delle isole Aran. Nei tre quarti d’ora di pullman subiamo parecchi sballottamenti che mettono alla prova il nostro stomaco (dopo l’abbondante colazione all’irlandese), sarà per abituarsi al mal di mare? Sulla barca viene diffuso un annuncio, ma io non capisco una parola di quello che dice e mi domando preoccupato se il mio inglese è messo così male. Dopo qualche secondo di pausa però riattacca con “Good morning ladies and gentlemen…”. Ah, OK, il precedente era in gaelico: le Aran sono probabilmente uno dei pochi posti in Irlanda dove il gaelico è la prima lingua, e infatti poi sull’isola troveremo anche alcuni cartelli e indicazioni scritti solamente in gaelico.

Il mare fortunatamente è calmissimo per cui la traversata è tranquilla, e in tre quarti d’ora siamo a Cill Rónáin (in inglese Kilronan), il “capoluogo” di Inis Mór. Mannaggia, proprio adesso inizia a piovere. Un po’ sconsolati, ci avviamo sul molo e andiamo a noleggiare delle biciclette per girare l’isola. Dopo una spesa al supermercato ci avviamo ad esplorare Inis Mór; il cielo resta coperto ma per fortuna ha già smesso di piovere. Alla prima discesina rischiamo di cappottarci, perché i freni delle bici sono buoni ma sono messi al contrario: il destro è quello davanti. Francesco, pensando di nuovo alla macchina che abbiamo noleggiato, si domanda se non avranno invertito anche i pedali delle auto. Usciamo da Cill Rónáin andando verso sud, lungo la costa. Abbiamo una cartina molto approssimativa, e non vediamo indicazioni, per cui ci infiliamo in una stradina sulla destra che dovrebbe essere quella giusta. La stradina comincia a salire, poi diventa sterrata e piena di sassi, e la cosa si fa faticosa. Intorno a noi non c’è assolutamente niente, solo muretti a secco (secondo la Lonely Planet ci sono in totale 1600 km di muretti sulle tre isole, e considerando che Inis Mór, che è di gran lunga la maggiore, è lunga solo 14 km…). Abbiamo il dubbio di aver sbagliato strada, non siamo sicuri della direzione in cui stiamo andando, e orientarsi non è facilissimo. Accendo il ricevitore GPS; sul telefono ho le mappe ma di Inis Mór c’è solo il profilo, e nessuna strada. Essendo in alto, cerchiamo di orientarci confrontando la forma della costa che vediamo con il profilo della mappa e la posizione del GPS: sembra che la direzione sia buona, per cui proseguiamo. Arrivati in cima si apre davanti a noi la desolata bellezza di Inis Mór: una distesa piatta di nulla in cima a una scogliera a picco sull’Atlantico. Fuori dal mondo, veramente impressionante. Ritroviamo con piacere una strada asfaltata, e proseguiamo verso Dún Aengus (o Dún Aonghasa), un forte preistorico costruito in cima alla scogliera. Bisogna lasciare le biciclette in un parcheggio ai piedi del sentiero, e salire a piedi. Dún Aengus è una fortificazione semicircolare che sul lato aperto dà direttamente sulla scogliera; non c’è nessuna protezione, e nemmeno un cartello che avverta del precipizio (saranno anche 100 metri di salto, così a occhio). È un luogo strano, direi evocativo, fa una certa impressione. Scendiamo, e dopo aver mangiato qualcosa ai tavoli da picnic ai piedi della salita riprendiamo le bici e proseguiamo verso il nord dell’isola, fino alle rovine dette Na Seacht dTeampaill (The Seven Churches). Non sono particolarmente interessanti, in realtà, ma fa un po’ strano il cimitero: lapidi e croci storte e messe un po’ a casaccio intorno alle rovine; si direbbe abbandonato da chissà quanto e invece sembra sia tuttora in uso, dato che ci sono anche tombe recenti. Risaliti in bici torniamo verso Cill Rónáin, attraversando paesaggi lunari e passando vicino a una baia dove staziona una colonia di foche. Alle cinque riprendiamo il traghetto per Ros an Mhíl; il mare è sempre tranquillo, ma all’arrivo ci becchiamo un bell’acquazzone in attesa del pullman per Galway. Torniamo un po’ umidi e stanchi, ma penso ne valesse la pena. Doccia calda in albergo, e poi una cena veramente ottima in un piccolo ristorante del centro.

Inis Mór

Inis Mór - Dún Aengus

28-29 aprile 2008: Galway (si lavora)

In questi due giorni si lavora; sono giornate piuttosto piene e non c’è praticamente tempo per altro, a parte due buone cene. Il tempo, a parte un paio di brevi e inevitabili acquazzoni, è sostanzialmente sereno, e ci mangiamo le mani pensando alla giornata di cielo coperto alle Aran e domandandoci se reggerà, o se le due uniche giornate di bel tempo saranno quelle in cui ci tocca lavorare.

30 aprile 2008: Cliffs of Moher e arrivo a Killarney

Oggi finalmente si parte, e c’è ancora il sole! Andiamo al minuscolo aeroporto di Galway (alcune stazioni del metrò a Milano sono probabilmente più grandi), dove ci attende la macchina che abbiamo noleggiato per i prossimi quattro giorni. Francesco si siede alla guida, io a fianco munito di cartina, mappa sul telefono e ricevitore GPS, destinazione Cliffs of Moher. La guida a sinistra fa un po’ strano di primo acchito, ma Francesco se la cava molto bene (ah, e i pedali fortunatamente non sono invertiti). Dopo un tratto su strade abbastanza grandi svoltiamo su una strada minore; entrando nel paese di Kinvara (Cinn Mhara) vediamo un bel castello su uno sperone di roccia che dà sulla baia a destra della strada, e ci fermiamo a dare un’occhiata. È il castello di Dún Guaire, che permette qualche bella foto.

Kinvara - Dún Guaire

Si prosegue per stradine e villaggi; sarà anche che con il sole è un’altra cosa, ma il paesaggio ci sembra molto più piacevole rispetto a quello che ci è passato accanto durante il viaggio in pullman da Dublino a Galway. Su queste strade minori non c’è traffico, ma i limiti di velocità irlandesi sono pazzeschi. A quanto abbiamo capito funzionano così: se è una strada statale (indicata con N) il limite è 100 km/h, se è una strada locale (R) il limite è 80 km/h; che poi la statale sia dritta e larghissima a più corsie, oppure stretta e tortuosa, non fa differenza. E gli irlandesi vanno davvero a cento all’ora su queste strade.

Passato il villaggio di Ballyvaughan (Baile Uí Bheacháin) la strada fa alcuni tornanti per salire a Corkscrew Hill, da cui si gode di una bella vista sul Burren fino alla costa e alla baia di Galway. Arriviamo alle Cliffs of Moher (in gaelico Aillte an Mhothair) e parcheggiamo; purtroppo inizia a piovigginare, ma basta giusto il tempo di una sosta al bagno al centro visitatori e si sta già rasserenando. Il centro visitatori è molto ben mimetizzato: praticamente non si vede, perché è dentro la montagna, un bel lavoro per non deturpare la zona con delle costruzioni (in Italia che cosa avrebbero fatto?). Ci avviamo sul marciapiede verso le scogliere; qui, al contrario di Dún Aengus, c’è un muro di protezione, ma impedisce un po’ la vista. Proseguiamo tre minuti verso sud e il muro e il marciapiede finiscono, ma un cartello dietro a un muretto indica di non proseguire oltre. Ma che delusione, delle scogliere si vede solo un breve tratto! Oltre il cartello però il sentiero che prosegue è ben visibile (ed è citato dalla Lonely Planet), e vediamo un gruppetto tornare da lì scavalcando il muretto dove c’è il cartello. Io e Francesco ci guardiamo un attimo e concludiamo subito che non siamo venuti fin qui per vedere un pezzettino di scogliera da dietro a un muro, per cui chissenefrega, scavalchiamo e proseguiamo. Il sentiero è proprio in riva alla scogliera, stavolta senza alcuna protezione. Se ci fosse vento forte verso il mare direi che sarebbe piuttosto pericoloso, ma fortunatamente il vento non è forte e soprattutto soffia dal mare verso la scogliera. Bisogna comunque stare attenti e non avvicinarsi troppo al bordo, anche perché in alcuni casi sono ciuffi d’erba senza roccia sotto. Ciuffi d’erba colpiti da una strana corrente d’aria che soffia verso l’alto, con la quale sembrano divertirsi i gabbiani, data probabilmente dal vento che sbatte contro la scogliera e poi risale. Beh, proseguendo il panorama sulle Cliffs of Moher, che sono alte anche più di duecento metri, è davvero splendido. Altre persone ci seguono sul sentiero (e alcuni ci superano, dato che ci fermiamo parecchie volte a fare foto), ma pochi proseguono fino in fondo. Noi invece decidiamo di andare fino a Hag’s Head, la punta dove si trova una torre che vediamo in lontananza. Fatta senza fretta, è un’ora e mezza di cammino in riva alla scogliera, e ne vale davvero la pena. Sulla punta c’è uno spiazzo verde con un vento pazzesco (roba che se apri le braccia ti porta via), la torre diroccata, l’Oceano, e nient’altro. È bellissimo.

Cliffs of Moher

Cliffs of Moher

Tornati al centro visitatori (stavolta un po’ più di buon passo) mangiamo qualcosa e poi ripartiamo. Ci piacerebbe fare la strada costiera e prendere poi il traghetto per attraversare lo Shannon, ma sono quasi le quattro e Killarney, nostra meta per stasera, è lontana. Decidiamo quindi di fare la strada all’interno (che forse è un po’ più lunga, ma dovrebbe essere più veloce) e andare dritti a destinazione. Per strada ci becchiamo un paio di acquazzoni, ma essendo in macchina non ci disturbano particolarmente. Arriviamo a Killarney (in gaelico Cill Áirne) poco prima delle sette; il GPS si dimostra molto utile anche per trovare il bed & breakfast dove abbiamo prenotato (abbiamo preferito prenotare tutto in anticipo, in modo da non dover perdere tempo tutte le sere a cercare una sistemazione). Facciamo due passi per la cittadina (niente di che, ma piacevole) e poi a cena assaggiamo il boxti, una specie di frittata di patate ripiena (abbondantemente) a mo’ di piadina, davvero buono. Seguiamo il consiglio della Lonely Planet anche per un pub per il dopo cena e ci troviamo in uno dove stanno facendo musica irlandese dal vivo. L’atmosfera è allegra e molto bella; non sembra (e probabilmente non è) uno spettacolo per il pubblico: sembra più che siano persone che si trovano la sera intorno a un tavolo (ovviamente pieno di birre) a suonare e cantare, eventualmente con la partecipazione di chi capita.

1 maggio 2008: Killarney, Ring of Kerry, e arrivo a Cork

Anche stamattina il tempo non sembra male, ed è un’ottima cosa perché abbiamo in programma di percorrere il Ring of Kerry. Prima però andiamo a dare un’occhiata a Ross Castle, un castello diroccato che si trova appena fuori da Killarney, in riva al lago. Il luogo è molto scenografico e si presta a qualche bella foto.

Killarney - Ross Castle

Il Ring of Kerry è una strada ad anello che gira intorno alla penisola di Iveragh, molto famosa per i panorami e le bellezze naturali che offre. È una strada da percorrere con un occhio a quel che c’è intorno, sempre pronti a fermarsi per dare un’occhiata, godere di una bel panorama, e fare qualche foto. Facciamo tappa a Rossbeigh Strand, una lunghissima lingua di sabbia che si protende nella baia verso nord, verso la penisola di Dingle. Sulla sinistra, verso il mare aperto, c’è un’ampia spiaggia piena di conchiglie, con alle spalle delle dune ricoperte di vegetazione. Proseguiamo il viaggio fermandoci poi per pranzo in un pub a Cahirciveen (Cathair Saidhbhín); ora pioviggina leggermente, ma quando usciamo è già tornato il sole. Decidiamo di andare fino in fondo alla penisola, percorrendo anche lo Skellig Ring, una strada più stretta vietata agli autobus. Francesco si diverte a guidare su queste stradine tortuose piene di curve e saliscendi, adeguandosi allo stile di guida locale. Attraversiamo il ponte di Portmagee (An Caladh) e siamo a Valentia Island, la terra abitata più occidentale d’Europa; il panorama sul lato ovest dell’isola, con il profilo roccioso di Skellig Michael sullo sfondo, merita veramente. C’è un sentiero che sale sulla Geokaun Mountain e sulle scogliere di Fogher; ci piacerebbe farlo ma purtroppo non abbiamo tempo. Tornati sul “mainland” riprendiamo lo Skellig Ring; le stradine sono strette e con salite anche ripide, in giro c’è poca gente, il tempo è bellissimo, il senso di pace e libertà anche. Tornati sul Ring of Kerry, e dopo qualche altra sosta fotografica, facciamo una deviazione di qualche chilometro per lo Staigue Fort, una specie di nuraghe largo e basso sulle colline dell’interno, che non è però un granché (né in sé, né come vista). Terminato il Ring of Kerry ci avviamo verso Cork, nostra meta per stasera, dove arriviamo verso le otto e siamo accolti in maniera gentilissima dai proprietari del B&B in cui abbiamo prenotato. Cena, birra, e poi a letto; la giornata è stata intensa ma molto bella, anche se il Ring of Kerry avrebbe meritato un po’ più di tempo.

Ring of Kerry - Rossbeigh Strand

Ring of Kerry - Valentia Island

Ring of Kerry

Ring of Kerry

2 maggio 2008: Cork, Cahir, Cashel, e arrivo a Kilkenny

Dopo una colazione irlandese buonissima e immensa, con tanto di scones fatti in casa (il B&B in cui ci troviamo è fantastico, così come i suoi proprietari) decidiamo di dare un’occhiata a Cork (in gaelico Corcaigh), seconda città dell’Irlanda. Non ci aspettavamo molto e in effetti da vedere c’è proprio poco o niente, per cui torniamo alla macchina e riprendiamo il viaggio; oggi lasciamo le coste e pieghiamo verso l’interno.

Decidiamo come prima di tappa di dare un’occhiata al Blarney Castle, che si trova proprio vicino a Cork. Arrivati sul posto constatiamo però che dall’esterno del parco che circonda il castello non si vede nulla (non si riesce nemmeno a scorgere il castello) e per entrare bisogna pagare ben dieci euro. Preferiamo risparmiare tempo e denaro per le altre tappe della giornata, per cui lasciamo perdere e proseguiamo. Meta successiva è Cahir (Cathair Dún Iascaigh), con un bel castello pressoché integro (e forse non ce ne sono poi molti, in Irlanda) in cui invece entriamo e che merita la visita. Proseguiamo poi per una quindicina di chilometri e raggiungiamo Cashel (Caiseal), dove si trova la famosa Rock of Cashel, una specie di cattedrale-fortezza in rovina (il tetto e ampie parti sono crollati da secoli) che domina il paese dalla cima di una piccola altura. Seguiamo l’interessante visita guidata (compresa nel biglietto d’ingresso); il luogo è notevole e un po’ sinistro, anche per via del cimitero intorno e del tempo cupo. Più sinistre ancora, forse perché non c’è nessuno a parte noi, ci sembrano le rovine della Hore Abbey, che si trovano ai piedi della collina su cui sorge la rocca. A sera arriviamo a Kilkenny, dove pernottiamo.

Cahir Castle

Rock of Cashel

3 maggio 2008: Kilkenny, Glendalough, e arrivo a Dublino

Stamattina visitiamo Kilkenny (Cill Chainnigh), che è una cittadina medievale. Carina, ma nulla di che: i due monumenti significativi sono il castello e la cattedrale, che si trovano alle estremità opposte del centro. La cattedrale è molto bella, con uno spettacolare tetto in legno, e merita senz’altro una visita. All’interno c’è una luce strana, e se non fosse per l’altare sembrerebbe di stare in un salone uscito dal Signore degli Anelli.

Kilkenny - St Canice’s Cathedral

Verso mezzogiorno ripartiamo per l’ultima tappa del nostro viaggio prima di arrivare a Dublino: si tratta di Glendalough (Gleann Dá Loch), una piccola valle con le rovine di un antico insediamento monastico, due laghi e un paesaggio quasi alpino. La strada arriva solo all’imboccatura della valle, e pur essendoci un parcheggio piuttosto grande facciamo una gran fatica a trovare posto, lasciando la macchina a lato di un vialetto nell’unico buco che individuiamo dopo parecchio girare a vuoto. È sabato, e vista anche la splendida giornata forse parecchia gente dei dintorni è venuta qui in gita. Intorno al centro visitatori ci sono un prato, un ruscello, e tavoli da picnic; da qui partono inoltre un po’ di sentieri escursionistici. Ci avviamo costeggiando il Lower Lake (quello più piccolo) e raggiungiamo poi l’Upper Lake, da cui decidiamo di salire sulla Spink (la cresta sul lato meridionale della valle). Il tratto in salita è in buona parte in un bosco fitto e buio, e il sentiero è stato attrezzato con dei “gradoni” di legno; Francesco, uomo di montagna, sale molto più speditamente di me. Arrivati in cima la vista è molto bella, soprattutto seguendo la cresta e costeggiando la valle e il lago dall’alto. È possibile seguire il sentiero fino in fondo alla valle, attraversare il torrente e poi tornare indietro sull’altra sponda del lago; ci piacerebbe farlo ma sarebbero ancora almeno due ore di cammino e purtroppo è tardi, per cui ripieghiamo sul ritorno dallo stesso lato (un’oretta). Tornati al parcheggio notiamo con piacere che non ci hanno rimosso la macchina, e ripartiamo per Dublino.

Glendalough

Lasciata la macchina depositiamo i bagagli in albergo e cerchiamo un posto dove mangiare; per fortuna è sabato ed è Dublino, perché sono quasi le dieci di sera e altrove avremmo trovato ormai la cucina chiusa dappertutto. Dopo cena facciamo due passi arrivando a Temple Bar, la via dei pub. Magari nei giorni infrasettimanali c’è un po’ meno confusione ed è meglio, ma il sabato sera è una baraonda un po’ eccessiva per i nostri gusti, per cui scegliamo un pub un po’ più decentrato e tranquillo.

4 maggio 2008: Dublino

Oggi visitiamo Dublino (in gaelico Baile Átha Cliath). Al mattino il tempo non è un granché (coperto e a tratti pioviggina). Visitiamo il Trinity College e poi facciamo un giro per le zone di Merrion Square, St. Sthepen’s Green, Grafton Street. Certe strade mi ricordano Boston (grattacieli a parte, dato che qui le costruzioni sono tutte basse); probabilmente c’è molta Irlanda in America. Il tempo migliora, esce il sole e fa abbastanza caldo, da stare in maglietta. Dopo pranzo passiamo alla zona delle due cattedrali, visitando all’interno quella di St. Patrick (bella, ma mi è piaciuta di più quella di Kilkenny). La Christ Church Cathedral ha invece una struttura stranissima, con un grosso ponte sul davanti (aggiunto credo nell’800) che scavalca la strada e la congiunge con l’edificio di fronte. È curioso come nella capitale della cattolica Irlanda ci siano due storiche cattedrali protestanti, mentre quella cattolica, abbastanza piccola e poco interessante, è nascosta in una vietta dall’altra parte del fiume. Tra l’altro St. Mary’s (la cattedrale cattolica) è chiamata “pro-cattedrale”, perché l’idea era che fosse una cattedrale provvisoria… ma è rimasta quella. Anche questo è un segno della storia di questo paese. Ceniamo (abbastanza bene) in un pub; poi andiamo al famoso O’Donoghue’s Bar, dove fanno musica tradizionale dal vivo. Bello, ma è piccolissimo e praticamente non si riesce a entrare. Dublino nel complesso è una città piacevole, vivace, ma da vedere c’è poco. È sicuramente da inserire all’interno di un viaggio in Irlanda, ma al contrario di molte altre capitali europee forse da sola non vale una visita.

Dublino - Trinity College

Dublino

Dublino - Christ Church Cathedral

5 maggio 2008: Dublino e ritorno a casa

Ultimo giorno in Irlanda, il tempo è davvero volato. Il cielo è sereno, la temperatura molto gradevole, la giornata insomma è splendida. Facciamo un giro nella parte a nord del fiume Liffey e poi andiamo a visitare la Guinness Storehouse, una delle maggiori attrazioni di Dublino. Quello che si visita è un edificio storico della fabbrica Guinness ora adibito a museo, ma l’area occupata dalla fabbrica è enorme, e fa abbastanza strano così vicino al centro cittadino. Ma è una fabbrica storica, e a suo modo è un monumento. La visita è piacevole, e si conclude bene con una pinta di Guinness al bar all’ultimo piano, da cui si gode di una vista a 360 gradi sulla città.

Dublino - Custom House

Dublino - vista dalla Guinness Storehouse

Purtroppo è ora di tornare; il nostro volo parte alle 17.15 così ci dirigiamo verso l’aeroporto. Alle 20.40 (si perde un’ora per il fuso orario) siamo a Milano Malpensa; curiosamente il tempo era migliore a Dublino.

L’Irlanda ti prende, e ti resta dentro. Ho già voglia di tornarci.

Diario di viaggio: Paesi Baschi, Cantabria, Asturie e Galizia

20 Agosto 2007

3 agosto 2007: arrivo a Bilbao

Aeroporto di Milano Malpensa, vado a Bilbao via Barcellona per due settimane nel nord della Spagna. Vedo una fila interminabile davanti ai banchi del check-in Iberia… ma per mia fortuna è per il volo per Madrid, al check-in per Barcellona la coda è molto più breve. In volo scopro che Iberia non dà nemmeno un bicchiere d’acqua se non a pagamento… sorpresa sgradita, è una cosa che mi aspetto da una compagnia low cost, non da una compagnia di bandiera su un volo internazionale. Arrivato a Barcellona ho un paio d’ore d’attesa prima del volo per Bilbao, per cui ho il tempo di mangiare qualcosa e fare un giro; l’aeroporto è piuttosto grande e non è male, con molti bar e negozi, e sono in corso i lavori per raddoppiarlo. Sul volo per Bilbao osservo il paesaggio sottostante: avvicinandosi alla destinazione sembra di arrivare in un altro mondo, perché si passa improvvisamente dal sorvolare terra arida a colline verdi. L’aeroporto di Bilbao è abbastanza piccolo e ha un aspetto molto “cementoso”, ma è originale (è stato progettato da Santiago Calatrava), gradevole. Spero di fare in fretta perché di solito negli aeroporti piccoli la riconsegna bagagli è molto veloce… e invece ci mettono tre quarti d’ora, a causa, se ho capito bene, di un problema con l’apertura di un portellone. Riottenuto il mio zaino prendo l’autobus per la città e poi un modernissimo tram dalla stazione degli autobus al centro; il tempo è bello e la temperatura gradevole. Sono ormai quasi le otto quando arrivo in albergo; il tempo di farmi una doccia e rilassarmi un attimo, e poi esco a mangiare qualcosa. Sono stanco e non ho molta voglia di cercare, per cui prendo più o meno il primo posto che capita e mangio una bistecca senza molte pretese. Dopo cena faccio due passi, il primo impatto con Bilbao è decisamente positivo, l’atmosfera mi piace. C’è molta gente che fa jogging sul lungofiume la sera… bello.

4 agosto 2007: Bilbao

Rinvigorito da una notte di sonno e da una colazione varia e abbondante (in Spagna hanno delle bustine di zucchero enormi, il doppio delle nostre) mi appresto a visitare Bilbao (in basco Bilbo), la città principale dei Paesi Baschi. Attraverso lo Zubizuri (un moderno ponte pedonale progettato da Calatrava, come l’aeroporto) e salgo con la Funicolar de Artxanda a vedere la città dall’alto. La funicolare ha un unico binario, che si sdoppia solo nel breve tratto a metà strada in cui le due cabine (quella che sale e quella che scende) si incrociano; la precisione del meccanismo fa un po’ impressione. In cima ci sono degli impianti sportivi, e il panorama non è male. Tornato giù passeggio per la città, è piacevole anche se fa piuttosto caldo (vedo che i termometri segnano 34 °C). La cattedrale gotica è molto piccola, purtroppo devo uscire in fretta perché sta per iniziare un matrimonio. Passo per la parte più nuova del centro cittadino, dall’altra parte del fiume, fino al museo Guggenheim. È veramente un edificio incredibile, faccio il giro intorno, mi riservo di visitarlo uno dei prossimi giorni (le previsioni del tempo purtroppo danno un peggioramento in arrivo).

Bilbao

Bilbao

Bilbao - Museo Guggenheim

Bilbao - Museo Guggenheim

Prendo la metropolitana per andare a Portugalete, più a nord lungo la riva occidentale del fiume; il metrò e moderno e funzionale e fa lo stesso rumore della M3 di Milano. A Portugalete c’è il Puente Colgante, cioè un ponte trasportatore: quello che si può considerare il “ponte” vero e proprio è molto in alto, e ad esso è appesa una piattaforma mobile che può trasportare sei auto e diversi pedoni. La struttura risale a fine ‘800 ed è molto curiosa, non avevo mai visto nulla di simile.

Portugalete - Puente Colgante

Dato che sono stanco e accaldato decido di andare a rilassarmi un po’ in spiaggia. Prendo il metrò per Larrabasterra, insieme con molte altre persone evidentemente dirette al mare; è strano, essendo abituato a Milano, trovare il metrò pieno di gente che va in spiaggia, compresi ragazzi a torso nudo e surfisti con la tavola sottobraccio… ma è bello. Pensavo che la fermata del metrò (circa mezzora di viaggio dal centro di Bilbao) fosse vicina alla spiaggia, invece ci vuole ancora un quarto d’ora abbondante di cammino. Arrivo finalmente alla spiaggia di Barinatxe, che non è niente male, in basso incassata nella roccia su tre lati e con l’Oceano sul quarto. C’è parecchia gente (è sabato) ma la spiaggia è molto grande, per cui non dà un senso di affollamento; la spiaggia è naturalmente libera (detesto gli stabilimenti balneari) ma vedo che ci sono docce a disposizione gratuitamente. Ci sono un pochino di onde, vado a sentire com’è l’acqua… sorpresa, non è per niente fredda, per cui faccio il bagno nell’Oceano! Lascio la spiaggia che sono quasi le otto, doccia in albergo e poi cena, buona anche se un po’ cara. Bilbao mi sembra un posto non male dove vivere.

Bilbao - Playa de Barinatxe

5 agosto 2007: San Sebastián

L’idea originale era di iniziare il viaggio da San Sebastián per poi andare a Bilbao come seconda tappa, ma non avendo trovato sistemazioni a prezzi sensati per un paio di notti ho ripiegato per un’escursione in giornata da Bilbao, che è a poco più di un’ora di pullman. L’autostrada tra le due città corre tutta nell’interno per cui non posso vedere i panorami costieri; la zona vicina a Bilbao è più urbanizzata e industriale, poi la presenza umana si dirada.

San Sebastián (in basco Donostia) è una stazione balneare belle époque, con un fascino retrò. La stazione degli autobus è un po’ distante dal centro e dal mare, così mi avvio lungo il fiume e poi attraverso la parte ottocentesca. Vedo persone con la baguette sottobraccio; la Francia è a due passi, e evidentemente influenza anche in queste piccole abitudini (o forse sono turisti francesi, ce ne sono molti qui). Purtroppo il cielo è coperto e c’è foschia, per cui non posso apprezzare la bellezza della baia a ferro di cavallo su cui si affaccia la città. Per strada passano surfisti scalzi con la tavola in mano, che si dirigono alla Playa de Gros, spiaggia cittadina più aperta rispetto alla mezzaluna di Playa de La Concha, e per questo soggetta alle onde. A giudicare anche dai negozi, il surf deve essere piuttosto diffuso da queste parti. Salgo in cima al monte Urgull, promontorio che chiude la baia da un lato e su cui si trovano delle fortificazioni; il panorama da quassù, con l’Isla de Santa Clara in mezzo alla baia, merita davvero, con il sole deve essere uno spettacolo. Scendo e faccio il giro del Paseo Nuevo; le onde che si infrangono ai piedi del monte Urgull sollevando spruzzi alti parecchi metri fanno impressione… ed è solo qualche onda, l’Oceano in tempesta deve fare parecchio paura. La Parte Vieja, il compatto centro storico della città, è un impressionante concentrato di bar, ristoranti, e negozi per turisti. In uno di questi bar faccio uno spuntino a base di pintxos, creativa versione basca delle tapas di cui San Sebastián è probabilmente una delle capitali (è veramente comodo poterne approfittare per mangiare qualcosa a qualsiasi ora) e poi una passeggiata sul lungomare. C’è molta gente in giro, forse anche perché il tempo non è bello, e quindi ce n’è meno in spiaggia. Sparsi per la città ci sono anche parecchi servizi igienici, segnati sulla cartina, gratuiti e puliti, un piccolo segno di civiltà che risponde a uno dei bisogni (è proprio il caso di dirlo) primari del turista. Viste le condizioni meteo purtroppo oggi non è il caso di fare il bagno, per cui alle 17.30 riprendo il pullman (ce n’è uno ogni ora) e alle 18.45 sono di nuovo a Bilbao. Piove.

San Sebastián

San Sebastián

6 agosto 2007: Vitoria e Bilbao

Oggi vado a Vitoria (in basco Gasteiz), capoluogo dei Paesi Baschi, che si trova nell’interno a cinquanta minuti di pullman da Bilbao (c’è un pullman ogni mezzora). Lungo la strada vedo colline coperte di pini, poi vicino a Vitoria il paesaggio si fa più rurale. Anche oggi il cielo è coperto. La periferia di Vitoria, per quanto non particolarmente attraente (ma penso poche periferie lo siano), ha un’aria molto ordinata, al contrario di quella (post?)industriale di Bilbao. Il centro medioevale della città sorge su una collinetta, e si sviluppa lungo strade concentriche intorno alla cattedrale che sta in cima (e che purtroppo è chiusa per restauri, penso da anni). Vitoria è un posto molto diverso dalla moderna Bilbao o dalla balneare San Sebastián, e per certi versi mi ricorda la Bretagna. Penso sia anche meno frequentata dai turisti (a occhio direi che Bilbao è pieni di italiani, e San Sebastián di francesi), infatti non vedo negozietti turistici. Nelle viette intorno alla cattedrale non c’è in giro nessuno, in compenso ci sono parecchi cocci di bottiglia sparsi; in questi giorni in città si celebrano le Fiestas de la Virgen Blanca, per cui immagino si tratti di residui di baldoria di ieri sera (in generale finora ho visto città molto pulite). Inizia a piovere. In una piazza stanno cominciando a preparare una paella gigante in una padella di qualche metro di diametro, temo verrà un po’ annacquata. Arrivo nella grande Plaza de la Virgen Blanca, e qui è pieno di gente. Nell’adiacente e bella Plaza Nueva sfilano persone in costume (con il basco, ovviamente) suonando e portando grossi pupazzi che rappresentano re, regine, e altre figure. In un’altra via avevano sistemato dei tavoli per strada, penso per mangiare. È molto bello, si vede che è una festa “loro” e non per i turisti, purtroppo la pioggia sempre più insistente rovina il tutto. Visto il tempo non mi dispiacerebbe visitare il museo Artium, ma il lunedì è chiuso (come, mi dicono, tutti i musei in Spagna). Torno allora a Bilbao per andare a visitare il Guggenheim, che invece in luglio e agosto è aperto tutti i giorni.

Vitoria

Vitoria

Il Museo Guggenheim di Bilbao è un edificio pazzesco, bellissimo e molto famoso, probabilmente più per l’edificio stesso che per quello che c’è dentro. Anche l’interno dell’edificio è spettacolare, tuttavia, per quanto riguarda le opere esposte, della collezione permanente c’è in sostanza solo la monumentale e labirintica opera “The Matter of Time” di Richard Serra, mentre il resto dello spazio espositivo (cioè praticamente quasi tutto) è occupato da due mostre temporanee.

Cena in un posto carino, ma c’è veramente l’imbarazzo della scelta.

7 agosto 2007: Santander

Oggi lascio i Paesi Baschi (che mi sono piaciuti molto) e mi trasferisco a Santander, capoluogo della Cantabria. Inizialmente pensavo di fare il viaggio in treno, ma avendo scoperto sul posto che il pullman impiega la metà del tempo (un’ora e mezza anziché tre ore), è molto più frequente (un pullman ogni circa mezzora, contro tre soli treni al giorno) e costa pure un pochino meno, ho cambiato idea. In generale, mi sembra che i collegamenti in pullman da queste parti siano molto migliori di quelli ferroviari, e sarà anche per questo che la stazione degli autobus di Bilbao (il Termibus) era molto più affollata di quella ferroviaria.

Durante il viaggio piove, per fortuna a Santander è solo coperto. Non fa per niente caldo (è mezzogiorno e ci sono 20 °C). Santander non è un granché (dal punto di vista monumentale è da vedere la cattedrale con un bel chiostro), è molto più caotica di Bilbao e San Sebastián e sembra più trasandata. Seguo il lungomare (per così dire, non è particolarmente bello) fino alla Península de la Magdalena, promontorio che chiude la baia e dove c’è un piacevole parco intorno a un’ex residenza estiva reale; i panorami sull’Oceano da qui non sono male. Continuando lungo la costa arrivo nella zona di El Sardinero, dove l’architettura è più piacevole rispetto al centro (somiglia più al lungomare di San Sebastián) e c’è una bella spiaggia rivolta verso l’Oceano (mentre il porto, dall’altra parte, dà sull’interno della baia). Dato che la passeggiata è piuttosto lunga, per tornare in centro prendo l’autobus (fortunatamente in Spagna di solito si può pagare il biglietto direttamente al conducente, senza impazzire per trovare una rivendita aperta). È incredibile come in poche ore il centro cittadino si sia trasformato: nel primo pomeriggio non c’era anima viva (nonostante non facesse caldo), mentre ora c’è parecchia gente in giro e non dà più quell’impressione di desolazione. Gli orari in Spagna sono diversi dai nostri… si pranza alle 14, si cena alle 22, e il pomeriggio i negozi sono aperti all’incirca dalle 17 alle 21 (quantomeno in estate). Mai visitare una città alle 15, rischia di sembrare una città fantasma (ma dove vanno tutti?).

Santander - El Sardinero

Santander

8 agosto 2007: Santillana del Mar, Comillas e Santander

Santillana del Mar si trova a poco più di mezzora di pullman da Santander, un po’ nell’interno (a dispetto del nome, il mare non c’è). È un paese medioevale molto ben conservato ma anche, come probabilmente inevitabile, molto turistico, pieno di negozi a solo uso e consumo dei turisti. In casi come questo l’effetto Gardaland è sempre in agguato, ma direi che qui la cosa ha tutto sommato una dimensione più che accettabile (molto bella la Colegiata romanica con il relativo chiostro). Nelle vicinanze ci sono le pitture rupestri della Cueva de Altamira, di cui si possono però vedere solo le riproduzioni (la Cueva è chiusa al pubblico per preservarne l’integrità) all’adiacente Museo, che però non visito (è obbligatoria la prenotazione e la visita, che si fa con la guida, è probabilmente solo in spagnolo). Un quarto d’ora di pullman più in là rispetto a Santillana si trova Comillas, paese (sul mare, stavolta) con un piccolo centro storico gradevole per passeggiare e soprattutto alcuni edifici piuttosto bizzarri, tra cui il Capricho de Gaudì (all’interno del quale ora c’è un ristorante). Se si visita Santillana, penso valga la pena di allungare un pochino e passare anche di qui.

Santillana del Mar

Comillas

Faccio ritorno a Santander poco prima delle 17, e dato che è finalmente uscito il sole (stamattina pioveva ancora) e sono stanco di camminare, vado a riposarmi un po’ in spiaggia a El Sardinero. L’Oceano è calmo, e rilassante da vedere e ascoltare. Stare in spiaggia al sole è piacevole ma in costume ho già quasi freddino, per cui non provo nemmeno a fare il bagno. La sera il centro di Santander è abbastanza animato, ci sono parecchi caffè e ristoranti. Tutto sommato, per quanto non ci sia nulla di straordinario, la città può essere una tappa piacevole se si è in viaggio lungo la costa.

9 agosto 2007: Oviedo

Oggi trasferimento a Oviedo, capoluogo delle Asturie. Anche stavolta opto per il pullman, dato che impiega due ore e un quarto contro le quattro ore e tre quarti del treno (e pazienza se la Lonely Planet classifica il viaggio in treno tra Santander e Oviedo tra le cose da non perdere). Tra l’altro viaggio su un pullman lussuosissimo, con meno sedili del normale (ma più grandi e distanziati) e con un servizio tipo aereo: c’è la hostess che porta da mangiare e da bere, i cioccolatini, i giornali, e gli auricolari per sentire la radio o il film. Finalmente, oggi c’è il sole.

Oviedo è una bella città, elegante e molto piacevole, con un centro fatto di vie e piazzette pedonali con molte statue sparse qua e là. C’è un’imponente cattedrale gotica, meta di pellegrinaggio, con un chiostro molto bello; è da vedere anche la preromanica Iglesia de San Julián de los Prados, che risale al IX secolo. All’ingresso di quest’ultima ho la fortuna di imbattermi in un gruppo organizzato di italiani; faccio due chiacchiere con il ragazzo che fa loro da guida a Oviedo e che molto gentilmente mi invita ad aggregarmi per la visita alla chiesa.

Oviedo - Ayuntamiento

Oviedo - Cattedrale

Oviedo - San Julián de los Prados

Cena all’asturiana in una delle tante sidrerias di Calle Gascona, con una porzione enorme di scaloppine al Cabrales (formaggio locale tipo gorgonzola), naturalmente accompagnate da sidro. Non sono particolarmente amante della birra (soprattutto per accompagnare il pasto), mentre il sidro, che qui bevono tutti, va giù che è un piacere. Versare il sidro è un rito: il cameriere tiene la bottiglia alta sopra la testa in una mano e il bicchiere in basso di fianco alla coscia nell’altra, con un gesto che ha dell’acrobatico ne versa due dita (facendo in modo che cada lungo la parete del bicchiere e non direttamente sul fondo) e ti porge il bicchiere direttamente in mano perché lo devi bere subito, e quello che non bevi lo devi buttare via (e non lasciarlo nel bicchiere). Credo che sia perché versandolo in questo modo (con una lunga “caduta” verso la parete del bicchiere) fa una leggera schiuma che scompare subito. Provo a versarne un pochino normalmente (un sacrilegio, immagino) e mi sembra che abbia un sapore diverso. I camerieri sono ovviamente esperti nel movimento (lo fanno anche senza guardare né la bottiglia né il bicchiere) e ne rovesciano poco o nulla.

10 agosto 2007: Gijón

Gijón è a solo mezzora di pullman da Oviedo, è poco più grande, ma è molto diversa. È una città di mare, con il piccolo centro storico ai piedi di un promontorio. Dal punto di vista monumentale non offre molto (direi praticamente nulla), il centro è fatto di viuzze strette e piccole piazze piene di sidrerias. Vale la pena di salire a Cimadevilla, dove si trova la scultura Elogio del Horizonte, non per vedere la scultura (una forma geometrica di cemento) ma per guardare l’Oceano. C’è il sole, ma qui in cima c’è un gran vento.

In città ci sono due spiagge. La Playa de Poniente è bruttina, confina con l’area industriale del porto per cui la vista non è esattamente un granché. La Playa de San Lorenzo, dall’altra parte del promontorio di Cimadevilla, è migliore ma decisamente meno bella rispetto alla Playa de La Concha di San Sebastián o alla Playa de El Sardinero di Santander (per citare due spiagge cittadine). Inoltre con la bassa marea diventa molto stretta, e in un tratto scompare del tutto.

Cena ancora a Oviedo (dove sono rimasto a dormire), in un’altra sidreria. Queste sidrerie sono una tradizione magnifica, si respira veramente una bella atmosfera (oltre a bere il sidro, che altrove non è facile da trovare).

Gijón

Gijón - Cimadevilla

11 agosto 2007: Lugo

Sveglia presto, alle 7, perché devo prendere il pullman alle 8.30. Scendo nella caffetteria dell’alberghetto dove alloggio ed è ancora chiusa, ma la proprietaria molto gentilmente mi prepara ugualmente il café con leche (che non è poi molto diverso dal cappuccino). Mi avvio verso la stazione degli autobus (circa un quarto d’ora a piedi), è sabato mattina e a quest’ora non c’è nessuno in giro. Nota sui semafori spagnoli: i tempi di attesa, quantomeno per i pedoni, sono interminabili, per cui la gente arriva, aspetta un po’, si spazientisce, e poi passa con il rosso.

Sono diretto a Lugo, come tappa intermedia verso La Coruña. Avrei preferito rimanere sulla costa, ma dato che non ci sono città importanti i collegamenti sono difficoltosi (c’è il treno Feve, con i soliti tempi di percorrenza biblici e con orari scomodi). Da Oviedo a Lugo sono cinque ore di pullman, anche se forse il giro che fa è un po’ largo: puntiamo dritti nell’interno (verso la Castiglia e León anziché verso la Galizia) e arriviamo a León, per poi proseguire verso occidente. Passando dalle Asturie alla Castiglia e León si vede un paesaggio completamente diverso, arso anziché verde, e anche i paesi hanno un aspetto molto diverso. A León per la prima volta incrocio il Camino de Santiago, che corre poi parallelo alla strada per un tratto; alcuni camminatori salgono sul pullman, evidentemente hanno deciso di saltare qualche tappa. Ci sono parecchie persone lungo il Camino (la maggior parte a piedi, alcuni in bicicletta), ma il paesaggio mi sembra veramente desolato (sarà anche che sono abituato al verde della costa).

All’una e mezza arrivo a Lugo, in Galizia, dove il paesaggio fortunatamente è tornato ad essere verde. Lugo è una città di origine romana, e il centro storico è tuttora interamente circondato dalle mura romane risalenti al III secolo d.C., per un perimetro di più di due chilometri. Si può fare l’intero percorso sulle mura, e da qui si vede che molti edifici all’interno della cerchia sono in cattivo stato se non diroccati. Visito la cattedrale, che è di quelle con il coro di fronte all’altare, a tagliare la navata centrale, come le avevo viste in Andalusia; ci sarebbe da vedere anche il Museo Provincial, ma d’estate il sabato pomeriggio è chiuso. Probabilmente sotto la città ci sono molti resti romani, e qualcosa infatti è stato trovato (resti di mosaici), ma immagino che sia difficile scavare sotto l’attuale centro storico.

La sera il centro è molto ben illuminato, in particolare le mura che sono molto più belle di sera che di giorno. Un po’ di gente in giro c’è, ma non è una meta turistica tra le principali e la vita notturna locale non deve essere particolarmente vivace.

Lugo

Lugo

12 agosto 2007: La Coruña

Trasferimento a La Coruña, per la prima volta prendo il treno, perché anche se ce ne sono pochissimi l’orario mi risulta più comodo. Avevo tentato di fare il biglietto ieri, ma l’addetto alla biglietteria mi aveva detto che non facevano vendita anticipata. Ovviamente tutto in spagnolo: uffici turistici a parte (e, a volte, negli alberghi) ho ormai rinunciato a tentare di comunicare in inglese, dato che non lo parla quasi nessuno, e me la cavo con quelle poche parole di spagnolo imparate più o meno casualmente in questi giorni (per un italiano la cosa è abbastanza facile, ma non vorrei essere nei panni di alcuni turisti nordici che vedo in giro). Tra l’altro qui in Galizia c’è il bilinguismo tra spagnolo e galiziano, che sembra una specie di via di mezzo tra lo spagnolo e il portoghese. Il cielo è grigio e pioviggina leggermente (e ti pareva). La stazione ferroviaria di Lugo è più piccola di quella degli autobus, non c’è quasi nessuno. Il treno è minuscolo, una sola carrozza, con i bottoni da premere per le fermate a richiesta come un autobus. Arrivo a La Coruña dopo circa due ore, per fortuna qui c’è il sole. La stazione è lontana dal centro, trovo la fermata dell’autobus (la cui collocazione non è particolarmente ovvia rispetto alla stazione) e guardando l’elenco delle linee e relative fermate, e incrociandolo con la approssimativa cartina della Lonely Planet, cerco di capire quale prendere. Il biglietto dell’autobus costa 96 centesimi, chissà perché non fanno cifra tonda a un euro.

Non mi aspettavo granché da La Coruña (A Coruña in galiziano) ma mi sbagliavo: ne sono piacevolmente sorpreso, la città mi piace. Non ci sono grandi monumenti da vedere, ma ha un suo fascino. Il Paseo Marítimo, che gira tutto intorno all’istmo e al promontorio su cui sorge il centro cittadino, è lunghissimo, ed è percorso da un vecchio e traballante tram (penso che non sostituiscano le vetture per ragioni storico-turistiche). Da un lato dell’istmo c’è il porto, mentre dall’altro c’è la bella e lunga spiaggia cittadina (formata dalle consecutive Playa de Orzán e Playa de Riazor). Il posto più bello della città per me è la Torre de Hércules, un faro la cui collocazione (non l’attuale edificio) risale all’epoca romana, e il parco tutto intorno. Sembra di stare su un capo sperduto sull’Oceano, e invece la città è a duecento metri.

La Coruña

La Coruña - Torre de Hércules

La Coruña

La Coruña

13 agosto 2007: Finisterre e La Coruña

Essendo arrivato dai Paesi Baschi fino a qui in Galizia, non posso esimermi dall’andare fino alla punta estrema, a Cabo Finisterre (Fisterra in galiziano, ed è l’unico modo in cui è scritto sui cartelli stradali) sulla Costa da Morte, che è anche il punto in cui tradizionalmente, passata Santiago, si conclude effettivamente il Camino (anche se credo che oggi il tratto da Santiago a Finisterre venga fatto perlopiù in pullman e non a piedi anche dai camminatori).

Due ore di pullman da La Coruña e sono a destinazione, purtroppo il tempo non è un granché ma quantomeno non piove. Il capo, con il faro, dista poco più di tre chilometri dal paese di Finisterre (dove fa capolinea il pullman), per cui mi ritrovo a percorrere a piedi gli ultimi 3 km del Camino. Il promontorio è suggestivo, sia come panorama, sia per l’idea che questo è il finis terrae, la fine dell’Europa continentale, sia in quanto punto finale del Camino. La tradizione vuole che qui i pellegrini brucino un indumento usato durante il percorso, e infatti oltre il faro vedo dei ragazzi che stanno bruciando qualcosa, e qua e là sulle rocce molti resti di fuochi. Qualcuno ha lasciato gli scarponi, qualcun altro addirittura la bicicletta sulle rocce più in basso. Qui a Cabo Finisterre trovo quasi solo italiani, sia pellegrini che normali turisti, e mi domando il motivo di questa alta densità di connazionali.

Capo Finisterre

Capo Finisterre

Altre due ore di pullman e torno a La Coruña, dove fortunatamente c’è il sole. Vado a rilassarmi nella piccola ma molto bella spiaggetta che c’è nei pressi della Torre de Hércules; vorrei fare il bagno ma non fa molto caldo e l’acqua è fredda (anche a detta di avventori spagnoli, infatti in acqua non c’è quasi nessuno). Avrei voluto fare il bagno più spesso, ma quantomeno lo sfizio di fare una volta il bagno nell’Oceano me lo sono tolto, il secondo giorno a Bilbao. L’Oceano è calmissimo, l’acqua limpida e di un bell’azzurro. Dato che c’è luce fino a tardi (il sole tramonta dopo le 21.30) e si cena tardi, la gente rimane normalmente in spiaggia fino alle 20 e oltre (magari essendo arrivati alle 18). Torno verso Riazor lungo il Paseo Marítimo, è una mezzora di passeggiata molto piacevole. C’è parecchia gente in giro, a passeggio, in bicicletta, a fare jogging. Fare jogging lungo il mare deve essere veramente bello… ci pensavo ieri vedendo chi lo faceva nella zona della Torre de Hércules. Anche in centro la sera c’è molta gente per la strada, e nei bar e ristoranti, che hanno spesso i tavoli all’aperto. La Coruña mi sembra davvero un bel posto.

La Coruña

14 agosto 2007: Santiago de Compostela

Prendo il treno per andare a Santiago de Compostela, capoluogo della Galizia e ultima tappa del mio viaggio. Da La Coruña i treni sono frequenti e il viaggio è breve, tre quarti d’ora senza fermate. A La Coruña c’era il sole, a Santiago invece è coperto, poi inizia a piovigginare, il tempo è un po’ all’inglese.

Santiago è una città molto bella, ma anche molto turistica. La facciata della cattedrale è imponente come poche altre, la gente dentro è parecchia, c’è molta confusione. Piove in maniera decisa, il che mi impedisce di apprezzare a dovere la città, per fortuna ci sono i portici. Il centro storico è un saliscendi di strette vie pedonali e piazzette, con gli edifici fatti tutti della stessa pietra e quindi tutti dello stesso colore, molto bello; le vie principali sono piene di bar, ristoranti, e negozi. Ero scettico riguardo ai “pellegrini”, invece il vedere tante persone che hanno percorso il Camino (sono soprattutto ragazzi, spesso in gruppetti di tre o quattro) mi affascina: penso sia un’esperienza intensa e significativa, anche al di là dell’eventuale motivazione religiosa (che io non avrei). La Lonely Planet dice che “al mondo esistono poche città belle come Santiago”: penso che ci sia del vero, anche se secondo me è da interpretarsi nel senso che “al mondo esistono poche città belle nel modo in cui lo è Santiago”. Santiago è bella, ma non è solo una questione di monumenti. È una questione di atmosfera, di fascino per la storia, per quanto possa essere assurda, per cui è nata, del fascino del Camino.

Santiago de Compostela

Santiago de Compostela

15 agosto 2007: Santiago de Compostela e Pontevedra

Anche oggi piove. Le previsioni danno un leggero miglioramento per il tardo pomeriggio, speriamo bene.

Matrimoni e funerali a parte, sono molti anni che non assisto a una messa, ma qui decido di andarci. Un po’ perché, essendo la messa di Ferragosto (che è festa anche qui in Spagna), spero usino il botafumeiro, e un po’ perché mi sembra sia una parte importante della visita a questo luogo, senza la quale mi “perderei” qualcosa, anche se sono arrivato viaggiando in pullman e in treno e non a piedi o in bicicletta. Nella cattedrale c’è una gran confusione; il botafumeiro è lì appeso (ieri non c’era), avevo visto giusto. Si tratta di un enorme turibolo (pesa diverse decine di chili), che viene appeso con una corda alla cupola della cattedrale e fatto oscillare a pendolo fino a sfiorare le volte. Visto in azione dal transetto, dove mi trovo, è impressionante. Durante il “rito” del botafumeiro molta gente commenta, filma, fotografa con il flash. Mah. Io non sono credente, ma penso che in circostanze come questa sia doveroso essere rispettosi, soprattutto perché sono in qualche modo un intruso. Terminata l’oscillazione del botafumeiro molta gente esce, meglio così; io invece rimango. La messa è solenne, mi colpisce il rito con tutte queste persone, alcune delle quali hanno fatto qualche centinaio di chilometri a piedi o in bicicletta per essere qui, qualcuno in chiesa con lo zaino, qualcuno vestito da ciclista. Da agnostico, mi domando se tutto ciò abbia un senso, e ovviamente non ho risposta. Ma se anche l’unico senso fosse semplicemente quello di far stare meglio chi ci crede, beh, forse sarebbe sufficiente. Il Padre Nostro è cantato, in latino. Allo scambio del segno di pace molti si abbracciano, io mi sento un po’ fuori posto. Fortunatamente una ragazza mi porge la mano, io sorrido e gliela stringo. Finisce la messa, entrano nella cattedrale altre persone (in particolare i gruppi turistici), e non si riesce più nemmeno a muoversi. Un po’ a fatica guadagno l’uscita, fuori c’è la fila perché le guardie non fanno più entrare.

Santiago de Compostela - Botafumeiro

Domani avrò ancora tempo per visitare Santiago, per cui decido di andare a vedere Pontevedra, un’altra città medioevale un po’ più a sud. Preferirei vedere la costa, le rías, ma, condizioni meteorologiche a parte, purtroppo è praticamente impossibile senza disporre di un mezzo proprio. Pontevedra ha un centro medioevale carino e ben conservato, pedonale, pieno di piazzette. Deve essere piacevole la sera, a giudicare dal gran numero di bar e caffè, molti dei quali con i tavolini all’aperto. Turisti in giro ce ne sono (tutti spagnoli, a occhio e croce), ma le tre del pomeriggio di Ferragosto non sono certamente il momento in cui la città è più viva. Per fortuna c’è un po’ di sole.

Pontevedra

Riprendo il treno e torno a Santiago; finalmente posso girare un po’ per la città senza pioggia. A Santiago c’è una bella atmosfera, tantissima gente in giro, molti artisti di strada (alcuni in cartellone a un festival che si svolge in questi giorni, altri al di fuori). Sotto un portico un ragazzo e una ragazza suonano la cornamusa lui e le nacchere lei, in una strana ma riuscita commistione di nord e sud. Ci sono i tanti “pellegrini” (li chiamo così per comodità, ma immagino ci sia una fetta, significativa anche se non so quanto grande, che affronta il Camino senza particolari motivazioni religiose), sia camminatori che ciclisti. L’aria è sempre allegra e festosa, immagino siano stanchi ma felici di aver portato a termine l’impresa. Contribuiscono a fare di Santiago, che è anche un’importante e storica sede universitaria, una città allegra e piena di giovani. Sono sempre più affascinato dal Camino.

Nel locale in cui vado a cena la cameriera è italiana, ed è qui da qualche mese. Mi chiede se sono in vacanza e io le rispondo di sì, ma aggiungo che domani torno a casa. “Il brutto delle vacanze è che finiscono”, mi dice allora lei. Eh, già.

Santiago de Compostela

Santiago de Compostela

16 agosto 2007: Santiago de Compostela e ritorno a casa

Le previsioni del tempo per oggi davano bello, invece è nuvoloso e freddino, e a tratti pioviggina pure. So che questa è una zona piovosa, ma se è sempre così per i miei gusti lo è un po’ troppo. Non mi dispiacerebbe visitare il museo Granell ma lo trovo chiuso senza spiegazioni, per cui faccio un ultimo giro per Santiago (speravo di farlo con il sole, ma purtroppo non è così). Il sole esce a metà pomeriggio, ma per me è ormai ora di mettersi in viaggio: ho il volo per Madrid alle 17.55, per cui alle 16.30 prendo il pullman per l’aeroporto. Alle 19 sono a Madrid, da cui dovrei ripartire alle 20.15 per Milano Linate; nel frattempo mangio qualcosa in fretta, sapendo ormai che sui voli Iberia non danno nulla. L’imbarco tarda un po’, chiamano al banco alcuni passeggeri tra cui me, e mi dicono che mi spostano in business class. In business la cena è invece, ovviamente, compresa. Arrivo a Linate verso le 22.40, c’è molta gente, la riconsegna bagagli è un po’ lenta. Verso mezzanotte sono a casa.

Non so dove vorrei vivere, ma vorrei che ci fosse il Mare. E a Milano non c’è.

Stoccarda

15 Ottobre 2006

Sono stato qualche giorno a Stoccarda, per lavoro, ma con un po’ di tempo da dedicare alla visita della città. Dal punto di vista monumentale non c’è molto da vedere, anche perché la città è stata in gran parte ricostruita dopo la guerra; da segnalare il museo Mercedes, aperto qualche mese fa (l’ho trovato piacevole anch’io, che in generale non ho alcun interesse per le automobili…), e la Cannstatter Volksfest, cioè la versione locale dell’Oktoberfest, che fortunatamente era in corso (esperienza divertente). Quello che però secondo me colpisce di un posto del genere è il vedere una città tranquilla, ordinata, fatta di edifici bassi, piena di verde all’interno e circondata da colline verdi (ed è una città industriale, è la sede della Mercedes…), con una rete di mezzi pubblici impressionante… e altrettanto impressionante è vedere le strutture universitarie, le aule, le attrezzature… Tornando a Milano, mi è sembrato di arrivare in uno sgradevole angolo di terzo mondo…

Diario di un viaggio in Bretagna

20 Agosto 2006

2 agosto: arrivo a Saint Malo (via Parigi Charles de Gaulle)

Aeroporto di Milano Linate, zaino, volo delle 9.35 per Parigi Charles de Gaulle, in perfetto orario. Il CDG è immenso, il solo terminal 2F (quello in cui arrivo) sarà grande come Malpensa 1 (il nuovo terminal, cosiddetto Malpensa 2000). All’interno dell’aeroporto c’è anche una stazione del TGV, tramite la quale si possono raggiungere diverse città francesi, mentre a Malpensa c’è solo il trenino che porta all’inutile stazione di Milano Cadorna (servita solo da trenini locali verso l’hinterland a nord di Milano, e non da FS-Trenitalia), dalla quale ti tocca prendere il metrò per andare in Centrale, dove ci sono i treni veri. Vado appunto alla stazione interna al CDG per prendere il TGV diretto a Rennes. Le macchinette gialle per timbrare i biglietti sono diverse dalle nostre, però sono di “Solari Udine” (in compenso i getti d’aria per asciugare le mani nei bagni pubblici non arrivano da Trezzano sul Naviglio). Il TGV mi sembra un bel treno, comodo, ma la Grande Velocità non mi pare di vederla e fa pure venti minuti di ritardo. Per fortuna però a Rennes il treno in partenza per Saint Malo aspetta cinque minuti in più, e non perdo la coincidenza.

Alle 17.45 arrivo quindi alla stazione di Saint Malo, e mi incammino sul lungo viale che porta a Intra Muros (la cittadella fortificata, che originariamente era un’isola, centro storico di Saint Malo). Il tempo è coperto e a tratti pioviggina leggermente. Mi sistemo un attimo in albergo e poi esco, vado sui bastioni che circondano Intra Muros e che su tre lati danno direttamente sull’Oceano. Il tempo cambia in fretta, ora è sereno, la vista dai bastioni è di quelle da ricordare.

Ore 21.30, seduto sui bastioni mi godo il tramonto sull’Oceano, il vento in faccia, il naso verso l’America, i versi dei gabbiani.

3 agosto: Dinan e Saint Malo

Questa mattina ho in programma di visitare Dinan, paese medioevale fortificato che si trova a breve distanza. Da Saint Malo prendo il treno per Dol de Bretagne, da cui parte il trenino (una sola carrozza!) che porta a Dinan. Il tempo non è dei migliori: coperto e di tanto in tanto un po’ piovigginoso.

All’ufficio turistico ottengo una cartina con indicati alcuni itinerari da seguire per visitare il paese (cartina che si rivela poi poco chiara). Decido di seguire l’itinerario dei bastioni, immaginandomi qualcosa tipo i bastioni di Saint Malo, ma a parte un tratto non è un gran che. Molto meglio il percorso all’interno, il paese in effetti è bello (peccato per il tempo), con quelle case a graticcio che sembrano uscite da una fiaba.

Nel primo pomeriggio torno a Saint Malo, il tempo è in via di miglioramento, vado verso i bastioni. La spiaggia, subito al di fuori, è immensa, la gente si disperde, passeggia, fa volare gli aquiloni, qualcuno va persino in bicicletta (dove passa la marea, per una larghezza di centinaia di metri, la sabbia è dura e si può fare). Dei ragazzi si sono addirittura costruiti una specie di salotto circolare con la sabbia. Con la bassa marea un paio di isolotti adiacenti si congiungono alla spiaggia, e si possono raggiungere a piedi. Il maggiore è l’Île du Grand Bé, su cui si trova la tomba di François-René de Chateaubriand; dalla cima dell’isolotto, il panorama su Intra Muros da una parte e sull’Oceano dall’altra merita davvero. È in posti come questi, con il vento in faccia e lo sguardo a ovest sull’Oceano, che si sente davvero il richiamo del Mare.

Torno all’interno della cittadella, c’è tantissima gente in giro, sembrano gli acquisiti prenatalizi. Anche la densità di ristoranti è molto alta. Torno in albergo a farmi una doccia e poi, prima di cena, vado a vedere il tramonto sull’Oceano.

4 agosto: Mont Saint Michel

Oggi pullman e visita a Mont Saint Michel. Il luogo è decisamente suggestivo, peccato che in questi giorni l’ampiezza delle maree non sia al massimo per cui l’acqua non arriva a circondare l’isolotto (che peraltro si sta insabbiando, per cui è in progetto la sostituzione dell’attuale strada-diga con un ponte sotto il quale l’acqua possa scorrere). La Grand Rue (l’unica strada dell’isolotto, che dalla porta sale fino all’abbazia) è invece allucinante, con i suoi due lati di negozi di paccottiglia varia e strapiena da non poter camminare. A un certo punto il fiume umano si blocca, non si va avanti. Passa un tizio vestito da meccanico con un cacciavite in mano, preceduto da un poliziotto con fischietto che gli fa strada. L’intoppo è un muletto, evidentemente con qualche problema, che ostruisce la stradina. Riesco a passare e visito l’abbazia, costruita sulla roccia e dovendo fare i conti con il profilo dell’isolotto, sicuramente notevole. Anche il giro all’esterno delle mura merita: è impressionante il deserto di sabbia umida a perdita d’occhio lasciato dalla bassa marea. I cartelli indicano che è pericoloso avventurarcisi per via di possibili sabbie mobili, ma ci sono delle escursioni guidate. La Lonely Planet ne parlava, e infatti vedo i gruppi di turisti a piedi nudi e con lo zainetto in spalla che dall’isolotto partono verso la baia. Potrebbe essere un’esperienza interessante, ma non so se ci siano escursioni anche con guida in inglese.

Nel tardo pomeriggio torno a Saint Malo, e faccio due passi per Intra Muros. Dà l’idea di un posto vivo, pieno di turisti ma “vero”. Anche stasera prima di cena vado sui bastioni a vedere il tramonto sull’Oceano. È la terza sera di fila, ma non è che in Valpadana si possa vedere tutti i giorni un tramonto sull’Oceano, per cui meglio approfittare. Dopo cena decido di assaggiare il kouign amman, tipico dolce bretone che contiene una quantità inverosimile di burro. Buono, direi.

5 agosto: Rennes e Vitré

Vitré è un paese con un castello e un po’ di case a graticcio. Ha un’aria dimessa, in giro c’è pochissima gente, non ci tornerei. La nota positiva è che ho mangiato una galette ottima e abbondante (la galette è come una crêpe, ma fatta con la farina di grano saraceno anziché di frumento e con un ripieno salato).

Rennes invece è il capoluogo della Bretagna, non c’è nulla di particolarmente degno di nota ma nel complesso è una città gradevole. Se ci si passa (ed è probabile, essendo un importante nodo dei trasporti), penso valga la pena di fermarsi mezza giornata a visitarla. C’è molta gente in giro (ma non molti turisti, mi sembra), ci sono molti caffè e ristoranti con i tavolini all’aperto, molti artisti di strada (come anche a Saint Malo), la città sembra avere un’aria vivace (è anche vero che è sabato pomeriggio, magari tra la settimana è diverso). C’è anche una metropolitana automatica, di quelle senza conducente e con le porte sul marciapiede in corrispondenza di quelle del treno. I treni hanno solo due vagoni e hanno il vetro anche sul davanti, per cui si ha la visione frontale che di solito su treni e metrò è appannaggio del macchinista. Sembra un po’ Gardaland.

La sera mi manca un po’ il tramonto sull’Oceano, anche se Place Sainte Anne non è male. Noto che i camerieri di solito non parlano inglese, per cui mi tocca arrangiarmi con quelle quattro parole di francese da ristorante che conosco (tipo l’addisiòn sivuplé e poco altro). Negli alberghi invece non ho finora avuto problemi con l’inglese. Tra l’altro, quei burocratici napoleonici dei francesi quando arrivi in un albergo non ti fanno compilare nulla e non ti chiedono i documenti, siamo noi lo stato di polizia?

6 agosto: Lannion e la Côte de Granit Rose

In tarda mattinata arrivo a Lannion, cittadina che non ha nulla di interessante ma che deve avere una qualche importanza (forse quella legata all’industria delle telecomunicazioni), dato che ha un aeroporto e che è capolinea di un TGV da Parigi (si trova in fondo a un breve ramo secondario della linea Parigi - Brest). Non c’è in giro nessuno, ma è domenica, forse sono tutti al mare. Comunque, non sono venuto qui per vedere Lannion, ma la Côte de Granit Rose che si trova a breve distanza (Lannion è nell’entroterra).

Prendo l’autobus di linea, servizio puntuale ed efficiente (bello, ci si può anche caricare la bicicletta), alla radio Toto Cutugno canta L’italiano. Scendo a Perros-Guirec, definita dalla Lonely Planet “località esclusiva”: che cos’abbia di “esclusivo” proprio non lo so, ma non mi interessa. Dalla Plage de Trestraou imbocco invece il Sentier des Douaniers (Sentiero dei Doganieri), un percorso di cinque chilometri lunga la costa, attraverso insenature e massi di granito. Spettacolare, peccato per il tempo coperto (di solita rasserena nel tardo pomeriggio, il che accade puntualmente anche oggi). Sul sentiero ci sono molti turisti, perlopiù francesi, un po’ di inglesi e spagnoli, pochissimi italiani. Il percorso termina al porticciolo di Ploumanac’h, che mi sembra più carina dell’esclusiva Perros-Guirec, e dove riprendo l’autobus per tornare a Lannion.

Per cena mi ritrovo alla disperata ricerca di un ristorante aperto (domenica qui è giorno di chiusura); alla fine trovo u